Chi è Yair Lapid e perché quest’uomo può cambiare la storia

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di Pierre De Filippo-

Non c’è forse nessuna questione geopolitica così annosa e temibile, così rappresentativa dell’idea che “gli uomini non abbiano ancora imparato a vivere come fratelli” come quella che vede contrapposti Israele e Palestina.

Questione che si inserisce, come è facile prevedere, in quella più ampia e caotica che riguarda la pace del Medio Oriente, del Maghreb, delle potenti monarchie del Golfo e dei “Giganti gassosi” (Russia, India, Cina).

Cisgiordania e Striscia di Gaza sono un po’ un ombelico del mondo da oltre settant’anni, da quando cioè, dopo la fine della seconda guerra mondiale, si decise che il popolo ebraico – dopo il genocidio subito – avrebbe potuto legittimamente stabilirsi lì, in quella che riteneva fosse la sua Terra. Santa.

Da quel momento si è vissuto per strappi dolorosi e effimere normalizzazioni: la guerra di Suez, quella dei sei giorni, quella dello Yom Kippur, gli accordi di Camp David con Carter, l’assassinio del leader egiziano Sadat e di quello israeliano Rabin, gli accordi di Oslo siglati con Clinton, la prima e la seconda Intifada, la strana morte di Yasser Arafat, le lotte per le abitazioni degli ultimi anni.

C’è un intero capitolo di storia mondiale che ruota attorno a quelle terre, a quelle persone, a quelle controversie. E pare non ci sia modo per pacificare l’area, per scardinare quell’aurea di inerzia che ormai pare avvolgerla.

Un anno e mezzo fa le ostilità sono riprese: israeliani e palestinesi hanno preso ad uccidersi perché il governo di Gerusalemme aveva disposto l’esproprio per le case di ventotto famiglie palestinesi dai quartieri di Sheikh Jarra e Silwain.

Nulla rispetto a fatti del passato.

Tutto ciò, però, avveniva nella fase di maggiore trasformazione della diplomazia israeliana e dei rapporti coi suoi vicini: dopo il riavvicinamento con la Giordania, erano stati firmati gli Accordi di Abramo, coi quali, essenzialmente, Israele normalizzava le sue relazioni con avversari storici, Egitto, Bahrein, Marocco, Emirati Arabi.

Ma non solo. Il disgelo ha riguardato anche quei Paesi – Arabia saudita in testa – che non hanno potuto esporsi in maniera così evidente ma che hanno avallato il processo.

Perché?

Essenzialmente perché il nemico del mio nemico è mio amico ed allora farsi amico il nemico del proprio nemico giurato, l’Iran khomeinista, è parsa una gran cosa.

Dunque, tutto opportunismo? No, perché qualcosa sta cambiando anche nella classe dirigente israeliana.

Il governo nato nella primavera del 2021 è stato il primo senza Bibi Netanyahu dopo 12 anni. Anzi, è nato proprio per mandare il Likud all’opposizione della Knesset, il parlamento israeliano.

Non è durato molto: diretto da Naftali Bennett, ha lasciato il posto – come da accordi – a Yair Lapid, che si trova a gestire ora un governo dimissionario in vista delle ennesime elezioni politiche, le quinte in tre anni.

Netanyahu potrebbe rivincere. È probabile che ciò avvenga, spostando l’asse della politica israeliana verso destra.

Ma le parole di Lapid nella Sala di Vetro dell’Onu non possono passare inosservate: “un accordo coi Palestinesi fondato su due stati e due popoli è la cosa giusta per la sicurezza e l’economia di Israele e per il futuro dei suoi figli”.

Ed anche per la pace nel mondo.

Giornalista professionista, è nel mondo della politica da dieci anni, prima come Ministro delle Finanze con Netanyahu e poi come suo avversario.

Di stelle cadenti, la politica israeliana negli ultimi anni ne ha prodotte tante. Lapid non sembra essere una di queste.

Si lega a lui una speranza, forse l’ultima, di vedere la pace in quello sputo di mondo.

 

 

 

Foto di pubblico dominio

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