Dal dire al fare, c’è di mezzo il senso di responsabilità

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-di Donato D’Aiuto-

È da quasi un anno, oramai, che quotidianamente siamo alle prese con la conta dei morti causati dalla pandemia da Covid 19 ed ancora, nonostante la speranza del vaccino, non intravediamo la luce in fondo al tunnel. Era chiaro a tutti, sin dalle prime settimane, che più che sconfiggere il virus, avremmo dovuto convivere con esso. Era chiaro a tutti. O forse no.

In poco meno di un anno ancora non si è capito: come far lavorare in sicurezza i ristoranti, come far lavorare in sicurezza i bar, come far lavorare in sicurezza i tribunali, come far svolgere in sicurezza le lezioni nelle scuole e nelle università.

Praticamente tutto quello che il Governo avrebbe dovuto fare non è stato fatto.

In cambio, però, le televisioni e i quotidiani nazionali sono invase da bizze di palazzo che poco o, meglio, nulla hanno a che vedere con il futuro a breve termine di noi cittadini.

Spesso si fa ricorso al senso di “responsabilità”, mentre il problema è proprio che si fatica a trovare persone che le “responsabilità” sappiano prendersele.

Da un anno a questa parte abbiamo assistito alla tecnica dello “scarica barile”: tutto ciò che il Governo non è riuscito a gestire è diventato colpa o delle Regioni o dei singoli cittadini.

Di fronte ad una Italia divisa a colori, secondo 25 indicatori che restano sconosciuti ai più, la quale ha innescato una confusione generalizzata, si è colpevolizzato il singolo per aver semplicemente fatto quel poco che gli è stato concesso. Di fronte a timide aperture, che noti esponenti hanno definito “concessioni”, dimenticando che si parla di diritti civili, non di permessi premio, si è puntato il dito contro i cittadini, colpevoli di aver trasgredito regole nebulose e linee guida a tratti contrastanti fra di loro.

Max Weber diceva che per l’uomo politico sono essenziali tre caratteristiche: passione, senso di responsabilità e lungimiranza.

E noi stiamo navigando a vista in un mare in burrasca e per di più senza timoniere.

Per anni abbiamo ascoltato la “favola del Cambiamento” senza riflettere sull’eventuale accezione negativa del termine.

Quello che serviva e che serve non è un “Cambiamento”, quello che serve è un Miglioramento.

 

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