Vostra Maestà, ‘a furchetta’!

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-di Giuseppe Esposito-

Certi oggetti, apparentemente banali, sono così indispensabili nell’uso quotidiano, che siamo spesso portati a credere che essi esistano da sempre. È questo senz’altro il caso della forchetta.

La sua esistenza è testimoniata sin dall’antichità e vi sono documenti che ne attestano l’esistenza, alla corte di Bisanzio, nel IV secolo. Quella in uso nell’Impero Romano d’Oriente era tuttavia qualcosa di molto diverso dalla forchetta che conosciamo tutti noi. Prima di allora Greci e Romani usavano, per portare il cibo alla bocca, le dita. Tutt’al più, presso le famiglie più ricche si faceva uso di lunghi ditali d’argento per evitare di sporcarsi le mani o di scottarsi le dita.

Quella in uso a Bisanzio era uno strumento lungo e con due o tre rebbi utilizzata, soprattutto, per infilzare il cibo dai piatti di portata.

Ad introdurre la forchetta in Occidente e più precisamente a Venezia, fu, intorno all’anno mille, una principessa bizantina, Maria Argyropouliana, andata in sposa a Giovanni Orseolo, figlio del doge Veneziano. Era quella dunque la forchetta lunga e con i due o tre rebbi molto acuminati usata spesso per infilzare i datteri.

Dopo la sua comparsa a Venezia, la forchetta iniziò a diffondersi anche in Francia e in Spagna. Ma qui intervenne la Chiesa che era a quell’epoca una presenza assai pervasiva nella vita della società. Essa si oppose all’utilizzo della forchetta, affermando che fosse uno strumento demoniaco, poiché simile ai forconi con cui i diavoli pungolavano i dannati nei gironi dell’Inferno.

Neppure i nobili erano favorevoli al suo utilizzo, poiché restii ad abbandonare quell’abbondanza di tovaglie e tovaglioli ed alle abluzioni che costituivano un vero e proprio cerimoniale del pranzo.

Questa opposizione all’uso della forchetta durò per più di settecento anni, fino a quando cioè, nel corso del XVIII secolo essa fu introdotta anche nei conventi, essendo stata riconosciuta la sua utilità. Nel frattempo si era assai diffuso l’uso della pasta filiforme, tra cui gli spaghetti, conditi assai di sovente col sugo del pomodoro che era stato importato in Europa, dopo la scoperta dell’America. Gli spaghetti al pomodoro ebbero un incredibile successo alla corte dei Borboni e Ferdinando IV ne era un gran divoratore.

Ma mangiare gli spaghetti al sugo di pomodoro con le mani, oppure con le forchette allora disponibili, era una faccenda piuttosto penosa e quindi il re dette incarico al suo ciambellano, Gennaro Spadaccini, di trovare una soluzione. Costui consultò alcuni ingegneri di corte ed essi presero a studiare il problema. Furono apportate delle modifiche alle forchette allora in uso e si testò l’efficacia dei prototipi nell’avvolgere gli spaghetti. Dopo numerose prove si addivenne a scegliere uno strumento molto più corto delle vecchie forchette ma a cui fu aggiunta una quarta punta.

Era nata la forchetta moderna a quattro rebbi. Allora, finalmente, il ciambellano poté presentarsi al sovrano per sottomettergli il nuovo modello di forchetta per gli spaghetti, annunciandolo così: “Vostra Maestà, ‘a furchetta!” Il sovrano dopo averla provata ne fu molto soddisfatto e subito la adottò per mangiare finalmente gli adorati spaghetti senza più inconvenienti di sorta.

Da quel momento il nuovo modello di forchetta cominciò a diffondersi in tutto il mondo. Ed oggi possiamo gustarci, senza alcun problema, un bel piatto di spaghetti ai frutti di mare, ricchi di vongole, cozze, cannolicchi, tartufi e telline, e tutto il sapore del mare nel nostro piatto.

Possiamo inoltre, a pieno titolo, affermare che anche la forchetta, strumento indispensabile per godersi la buona tavola,  è nata a Napoli.

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