Vite parallele tra Salerno e Napoli

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di Giuseppe Esposito-

Scorrevo qualche giorno fa un vecchio libro sulla storia di Napoli, scritto da Gino Doria, giornalista e scrittore napoletano. Il titolo del volume è “Storia di una capitale”. La prima edizione risale al 1935 per i tipi di Guida. Quella che avevo tra le mani era invece la bellissima riedizione del 2014, pubblicata da Grimaldi, casa editrice che stampa bellissimi volumi di arte e di storia sulla città di Napoli.

Scorrendo dunque le pagine della corposa edizione l’occhio mi cade su un periodo piuttosto triste della storia di Napoli, quello del vicereame spagnolo, nella prima metà del secolo XVII. Le condizioni dei napoletani erano allora davvero miserabili, a causa del regime fiscale estremamente esoso. In quel periodo, inoltre,  il re di Spagna Filippo IV era alle prese con numerosi problemi quali la rivolta nei Paesi Bassi, la secessione del Portogallo, la rivolta siciliana e quella di Barcellona. Era  quindi costretto a impegnare enormi somme per le spese militari.

Nel 1647 arriva, per questo, al viceré di Napoli, Rodrigo Ponce de Leòn,  l’ordine di mettere a disposizione della corona la somma ulteriore di un milione di ducati. A don Rodrigo Ponce non resta che agire ancora una volta sulla leva fiscale e tra le altre imposte, ne ripristina una che era stata da tempo abolita, quella, cioè,  sulla frutta. Un balzello assurdo su quella che era la base dell’alimentazione dei ceti più poveri della nazione.

A quel punto, costretto praticamente alla fame, il popolo non può che ribellarsi ed il 6 giungo del 1647, con a capo un giovane figlio di un pescatore dà l’assalto ai banchi della dogana dove si pagavano i tributi, in piazza Mercato. Il nuovo capopopolo rispondeva al nome di Tommaso d’Amalfi, detto però comunemente Masaniello. Questi ringalluzzito dalla prima vittoria ed istigato da Giulio Genoino, si pone, dopo i fatti di piazza Mercato, a capo dei rivoltosi ed alza il tiro chiedendo al viceré l’abolizione di tutte le tasse. Don Rodrigo Ponce de Leòn, spaventato dalle masse in agitazione si era chiuso in Castel Sant’Elmo e da lì accetta ogni richiesta popolare.

Nel contempo, però, inizia a lavorare per liberarsi del temibile nuovo avversario, capo  della rivolta. Lo invita a corte, lo lusinga con doni e con la nomina a Capitano Generale del popolo. Nel frattempo fa girare voci sulla sua pazzia e lo fa accusare di pederastia e di intrattenere una relazione omosessuale col suo giovane amico e segretario Marco Vitale. Queste voci alienano a Masaniello il favore popolare ed egli il 16 luglio del 1647, temendo per la propria vita chiede di essere accolto nel convento del Carmine. Ma è proprio lì, in una cella del convento, che alcuni dei suoi uomini, traditori al soldo degli spagnoli, lo raggiungono e lo uccidono a colpi di archibugio. Poi ne trascinano il corpo per le strade del Lavinaio e lo abbandonano su un cumulo di immondizie. La sua testa, spiccata dal collo è portata al viceré. Masaniello era nato il 29 giugno del 1620, pertanto alla sua morte aveva da poco compiuto i 27 anni.

Ma il suo esempio fu seguito a Salerno da un altro giovane pescivendolo, Ippolito di Pastina. Costui, nato nel 1615, nel popolare quartiere delle Fornelle, abitato dagli amalfitani,  sull’onda del successo della rivolta napoletana, solleva  il popolo contro i soprusi di cui era vittima e contro l’ingordigia delle famiglie nobili della città. Facendo leva sull’odio popolare e sfruttando l’ondata di entusiasmo che si era diffusa in città, alle notizie provenienti da Napoli.  Ippolito mette insieme una milizia di popolani che, sebbene male armati, riescono ad impadronirsi della città.

Il comando di quell’armata di popolo fu stabilito nel Forte La Carnale, quindi fuori città. Gli spagnoli riescono, però, con le loro milizie a riconquistare Salerno. Ma Ippolito non si dà per vinto e sferra una controffensiva che gli permette di riappropriarsi della città. Aiutato in questo dai francesi in lotta con gli spagnoli per il dominio politico in Italia. Mentre Masaniello era già stato ucciso, Ippolito viene nominato Vicario Generale della Basilicata e del Principato e si trasferisce a Napoli. Dove però rischia di finire prigioniero degli spagnoli. Torna quindi precipitosamente a Salerno, ma qui, a causa della povertà dei mezzi a disposizione, è costretto a sciogliere la sua armata e a cercare riparo a Roma.

Nella città del papa continua a lavorare al suo progetto di riconquista ed il 9 agosto del 1648 si presenta a fianco del comandante della flotta francese Tommaso Carignano di Savoia davanti a Salerno. Riesce a conquistare la zona settentrionale della città e Vietri, ma la tenace resistenza di Cava dei Tirreni lo costringe ad abbandonare il campo. Ci riproverà nel 1648 con l’appoggio del duca di Guisa col quale sbarca a Castellammare di Stabia. Tuttavia anche questo tentativo è destinato a fallire. Di lui si perdono, da questo momento, le tracce e si vuole che sia morto di peste nel 1656.

A tale lettura mi è venuto in mente un parallelo, che, anche se forse piuttosto ardito, mi ha fatto pensare che le due vicende potessero essere messe in un sorta di nuova opera simile a quella che Plutarco scrisse nel I secolo col nome di “Vite parallele” Se lì lo scrittore antico narrava la vita di coppie celebri, formate da un greco e da un romano, quali Teseo e Romolo, Pericle e Quinto Fabio Massimo o Demostene e Cicerone, in questa nuova opera, proseguimento ideale di quella antica, credo che anche i nostri due capipopolo potrebbero non sfigurare e meritare una menzione. In fondo le loro vicende hanno lasciato nella memoria collettiva con una impronta piuttosto profonda. E se Plutarco voleva dimostrare che alla base del successo dei personaggi richiamati nel suo testo, vi fossero i caratteri di quegli uomini, perché non pensare lo stesso dei due capipopolo campani, le cui vite si svolsero davvero in un perfetto parallelismo?

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