Vietri o la ceramica

0
91

di Giuseppe Esposito-

Nel mio indagare lungo i percorsi della storia di questa nostra città di Salerno, mi sono spesso imbattuto in straordinarie vicende di natura economica e sociale. Di molte di esse non rimane talvolta che una sbiadita memoria, oppure, dei ruderi ascrivibili ad un catalogo di archeologia industriale, tutto ancora da compilare.

Oggi invece, voglio raccogliere il suggerimento di un amico di recente acquisito e che spero non si adonti se mi son preso la libertà di definirlo tale. Su quella spinta voglio, nel breve spazio che un articolo di giornale può occupare, fare qualche cenno veloce ad una attività che nel solco della tradizione è ancor oggi viva e pulsante. Parlo di una attività che ha fatto di Vietri una delle capitali più importanti nell’ambito di quella che non è esagerato definire arte. Parlo cioè della ceramica. Un’arte che appare paradigmatica del fatto che quando l’estro e la creatività delle genti del sud si coniuga con la perseveranza si arriva ad occupare, stabilmente, un posto nel mondo.

L’origine di tale attività si perde nella notte dei tempi e, per quanto riguarda quella vietrese, potrebbe esser fatta risalire addirittura ai Tirreni, fondatori di Cava. Uno dei motivi per cui la ceramica di Vietri ha potuto prosperare fin dai primordi è legato alla sua posizione sul mare che, al tempo delle repubbliche marinare le permise di inserirsi nei commerci che Amalfi e Salerno intrattenevano con le sponde orientali del Mediterraneo. Ciò favorì anche gli scambi e la fusione nel gusto della ceramica vietrese di influenze greche e bizantine.

Il secolo che vide intensificarsi la produzione di Vietri è il XIV, caratterizzato da manufatti, per lo più, destinati all’edilizia, quali tegole e mattonelle. Una crescita ancor più sostenuta si ebbe nel secolo XVI, ma, stavolta i manufatti che uscivano dalle botteghe erano destinati all’uso domestico e consistevano in utensili da cucina, contenitori, piatti, lancelle per l’acqua e piccoli orci per le spezie e le droghe.

Nel secolo XVIII Vietri conobbe l’immigrazione di abili artigiani dall’Abbruzzo e dall’Irpinia che arricchirono la gamma delle forme e dei decori. Gli oggetti più caratteristici di questo periodo sono di natura religiosa quali acquasantiere domestiche e piastrelle a soggetto religioso che erano impiegate nella realizzazione di edicole votive, sparse per vicoli e stradine di tutti i centri della costiera.

A caratterizzare invece il secolo XIX fu la rinascita della riggiola con decori di tipo geometri, astratto ed anche naturalistico. Tutti rigorosamente eseguiti  a mano.

Agli inzi del secolo XX la produzione conobbe un momento di stanca e di calo della creatività. Si producevano oggetti del tipo definito come “robba siciliana”  Le faenzaere attive in quel periodo erano quelle di Andrea Avallone, Buonaventura Gargano, di D’amico, di Ferrigno e di Savastano.

Si giunge infine al periodo tra le due guerre, in cui a Vietri si costituisce una vera e propria colonia di artisti di provenienza, in gran parte provenienti dalla Germania. Inizia quello che verrà poi definito “periodo tedesco”. Artisti quali Doelker, Irene Kowaliska, Amerigo Tot, la Margarethe Tewalr-Hanna e, soprattutto Max Malmerson danno una impronta nuova ed originale alla ceramica con decori e colori di nuovo genere. La rete di relazioni intessuta da questi personaggi portarono la ceramica vietrese ad essere conosciuta oltre i confini dell’Italia e, possiamo affermare, in tutto il mondo.

  Nell’ orbita dei tedeschi si segnalarono anche moltissimi artisti italiani dalla forte personalità quali D’Arienzo, i Liguori, il Limongelli, i Procida, Caporossi, Franchini, Raimondi. Un posto a parte occupa Ugo Marano che nella plasmabilità della creta vide un segno vitale e ad esso improntò tutta la sua attività.

A parte queste particolari personalità, la creatività dei ceramisti vietresi non è andata perduta ed ancora oggi rende  la città un luogo unico ed incantevole. La ceramica di Vietri si può dire che connoti il paesaggio stesso. Le sue realizzazioni infisse nei muri esterni o all’interno delle abitazioni si iscrive nel paesaggio stesso della costiera. Esse costituiscono un vero e proprio museo a cielo aperto e le numerose botteghe disseminate lungo le strade sono un godimento per gli occhi ed il segno della vitalità ancora attuale di un’arte antica che, pur senza abbandonare la tradizione, ha saputo adeguarsi ai tempi e sopravvivere laddove altre attività sono scomparse, cancellate dalla storia e relegate nelle memorie di un tempo che non torna.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui