Viaggio nel Presepe napoletano: la Natività e la grotta

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-di Giuseppe Esposito-

Siamo arrivati in questo nostro viaggio al Natale ed è quindi doveroso tralasciare per il momento la descrizione di altre figure del presepe napoletano e rivolgere la nostra attenzione alla grotta. Di quelle figure di cui ancora non si è detto parleremo dopo. Ma il 25 dicembre non possiamo parlar d’altro di quello che è punto focale di tutto il presepe, il fulcro intorno al quale ruota tutta la sacra rappresentazione, anzi direi che la grotta è la sola ragion d’essere del presepe. Tant’è vero che ad essa sono stati attribuiti nel corso del tempo una quantità di significati, di simboli spesso anche contrastanti. E la cosa che meraviglia è che tali significati sono stati ad essa attribuiti non solo dai suoi appassionati, ma anche dai detrattori.

In essa qualcuno riconosce un’antica sacralità ctonia, il simbolo universale della Madre, la cavità uterina della Terra, il luogo magico e segreto per eccellenza. Ricollegandosi alle più antiche tradizioni pagane qualcuno vi legge anche un richiamo agli antri delle Sibille, quali quella Cumana ed al suo culto oracolare, ma addirittura vi si legge la memoria di quelle grotte marine della mitologia pagana, abitate da ninfe e sirene. Insomma, la figura della grotta non come invenzione originale del cristianesimo, ma archetipo mutuato da tradizioni ancestrali ed adattato alla nuova religione. Il luogo ideale, l’unico in cui un evento eccezionale come la nascita del Salvator Mundi non poteva che avvenire.

Ma, nonostante tutto, la grotta non perde nulla del suo fascino e del suo significato mistico per noi cristiani. Essa è la frontiera tra le tenebre del male e la conoscenza del divino. Il punto di arrivo del percorso fra i triboli della vita dell’uomo, un percorso di purificazione ed elevazione a Dio. Per questo la grotta, sul nostro presepe è posta in basso. Essa è il traguardo da raggiungere attraverso i tortuosi percorsi dello scoglio, dal luogo del male, rappresentato dal castello di Erode, posto in alto alla luce della rivelazione. E la luce che inonda la scena, proviene tutta da quello speco, lì dove il miracolo è avvenuto. Il luogo dell’evento, cioè la grotta che è adottata nel presepe napoletano appartiene più alla tradizione orientale e che non quella occidentale secondo cui la nascita del Bambino sarebbe avvenuta in una stalla o in una capanna. Ma è evidente come la grotta sia un simbolo più pregnante  e che sembra dare maggiormente il senso del divino di una semplice capanna. In essa infatti si avverte maggiormente il significato mistico della rappresentazione.

Infatti, sebbene le suggestioni ad essa legate, possano esser derivate da tradizioni più antiche, nulla toglie al messaggio che essa deve trasmetterci.

Ricordiamo che già nel Vangelo di Luca si accennava alla nascita del Salvatore in una semplice mangiatoia, e quindi ad un luogo il più dimesso possibile dove far nascere un bambino e che lì sia nato ed abbia scelto di farlo il figlio di Dio sta a significare che il Redentore viene per tutti gli uomini, a cominciare proprio dagli ultimi, dai più poveri, dagli emarginati dalla società e per restituire ad essi tutti una pari dignità di figli di Dio, secondo quanto promesso ad Adamo. Il simbolo è cioè un mezzo per trasmettere un messaggio e non importa se esso sia già stato adoprato da culture precedenti. Il messaggio divino utilizza una simbologia che sia comprensibile da tutti e meglio ancora se essa era già diffusa in precedenza. Il messaggio è che Gesù, facendosi uomo, ha voluto partire proprio dal fondo.

E la grotta sul nostro presepe è posta al livello più basso, al centro e con due grotte più piccole ai lati. In queste grotte laterali si scorgono pastori con e proprie pecore nell’atti di scaldarsi accanto al fuoco, mentre tutt’intorno sono ammassati mucchi di paglia e animali. Naturalmente tale posizione della grotta è quella stabilita per il presepe popolare, quello realizzato con le statuine prodotte in San Gregorio Armeno, ormai riconosciuta universalmente come la strada dei presepi.

In quella grotta hanno cercato riparo i due pellegrini Giuseppe e Maria rifiutati da tutti coloro cui si erano rivolti per avere asilo.  E lì su una culla di paglia il miracolo è avvenuto, il figlio di Dio si è incarnato per la salvezza dell’umanità Quella rappresentata sul presepe dalla moltitudine dei pastori e dalle loro greggi. Quei pastori che per primi sono accorsi a rendere omaggio al Salvatore, intuendo in maniera istintiva la portata dell’evento fuori dal comune e destinato a cambiare la storia del mondo.

A rappresentare la Gloria Celeste vi sono gli angeli che sulla grotta volteggiano e ciascuno dei quali rappresenta un aspetto di quella gloria. Essi sono disposti a spirale, simbolo della vita, che si innalza dalla terra verso il cielo. Il primo, quello al centro indossa una tunica color dell’oro e reca tra le mani un cartiglio con la scritta “Gloria in excelsis Deo.”;  alla sua destra v’è un secondo che vestito di bianco reca un incensiere; infine il terzo vestito di rosso soffia in una tromba. Il primo rappresenta la Gloria del Padre, il secondo quella del Figlio ed infine l’ultimo quella dello Spirito Santo. Ma più in basso ve ne sono di norma altri due: uno vestito di verde che suona un tamburo è simbolo dell’Osanna del Popolo ed un altro, vestito di azzurro, che suona i piatti metallici rappresenta l’Osanna del Potere, sia quello laico del re, sia quello religioso del papa. Talvolta vi sono altri angeli aggiunti al coro, ma senza alcun significato specifico.

Ma veniamo agli altri personaggi dentro ed intorno alla grotta. Vediamo i cosiddetti pastori oranti messi a rappresentare l’accoglienza nel mondo del Bambino Divino. Il motivo di tale simbologia sta nel fatto che in Israele i pastori costituivano le starato sociale più umile, quello dei derelitti, i più lontani dal tempio e dal culto dei suoi sacerdoti. Ed il Cristo della Natività parte dal fondo, come già si è detto, non solo fisico, per il fatto che ha scelto di nascere in una mangiatoia, ma anche sociale, è accolto dalla casta più umile, ultimi dal punto di vista sociale e dai più poveri, gli ultimi dal punto di vista economico.

Accanto alla mangiatoia, in adorazione troviamo Giuseppe e Maria, testimoni dalla natura sovrumana dell’evento, della incarnazione di Dio nell’uomo. Ed anche intorno alla Sacra Famiglia le interpretazioni sono molteplici. Le più diffuse vedono in Giuseppe colui che è investito della responsabilità operativa di vigilare sul Bambino, secondo la volontà divina, con modestia ed umiltà.  Cosa che si deduce dai suoi abiti scuri, del colore della terra e dimessi.

Maria è il simbolo universale della maternità virtuosa, è il prototipo del femminino ed è vestita d’azzurro a richiamare il cielo da cui proviene il suo divino figlio.

In fondo alla grotta vi sono il bue e l‘asinello. Una delle teorie sul loro significato simbolico attribuiscono al bue la rappresentazione del popolo ebreo, dei suoi dotti che pur avendo i mezzi per accedere alla conoscenza divina, a causa della loro dura cervice se ne sono privati. A causa del loro orgoglio intellettuale non sono riusciti ad aprire le loro menti alla fede. Un’altra ipotesi è che il bue, a causa delle sue corna lunate rappresenti, richiamanti la luna, rappresenti il principio femminile. All’asino che era sacro all’Apollo di Delfi è invece attribuita la valenza del principio maschile. Sebbene a causa delle sue orecchie a forma di V, qualcuno gli attribuisca una doppia valenza maschile e femminile.

Sulla soglia della grotta sono posti gli zampognari, sempre in numero di due. Il più giovane, vestito di verde è associato alla speranza  e suona il piffero. L’altro, più anziano suona la zampogna ed è vestito di scuro. Il suo strumento è dotato di una voce grave e continua ed è colui che ha imparato a tacere.

A completare la narrazione simbolica vi è l’arrivo dei Magi, uomini di luce venuti dall’Oriente che è considerata la culla della luce, e vengono ad osannare la nuova luce giunta dall’Empireo. I Magi sono il simbolo del sole ed il loro viaggia verso occidente rappresenta il cammino che esso compie ogni giorno. Ognuno di essi rappresenta un momento diverso della giornata il mattino, il pomeriggio e la sera. Rappresentano inoltre le varie etnie umane e sono il simbolo della rivelazione.

Il loro numero è tre, ossia il numero perfetto in tutte le tradizioni, anche le più antiche e sono :

Melchior – Re dell’Asia, il più anziano che reca in dono l’Oro.

Baldassar – Re d’Africa, di età matura che reca in dono l’Incenso.

Gaspar  –   Re di Saba che reca in dono la Mirra.

Talvolta compare anche un quarto personaggio, di pelle scura, ossia la regina di Saba, Lilith.

I tre montano ciascuno una cavalcatura di diverso colore: il Nero che rappresenta la notte, il Bianco ossia il Matino ed infine il rossiccio simbolo del Pomeriggio. Sul capo portano tutti il berretto frigio degli alchimisti e coi loro doni incoronano tre volte il Salvatore. Il significato simbolico dei doni è: la regalità per l’oro; la divinità per l’Incenso e la Purificazione ovvero la Redenzione per la Mirra. Essi giungono il 6 gennaio, ossia il giorno dell’Epifania e cioè della Rivelazione. E con il loro arrivo si conclude il viaggio iniziatico con l’uomo che vede la luce della rivelazione divina.

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