Viaggio nel presepe napoletano: i pastori, le pecore ed il loro significato simbolico

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-di Giuseppe Esposito-

Sparse sullo scoglio, nei suoi anfratti e tra le rocce, vi sono numerose figure umane, accompagnate dai loro animali, le pecore che essi conducono al pascolo. Si potrebbe pensare che essi abbiano lì sopra una funzione puramente decorativa, che servano a rendere più animata la scena, altrimenti d’aspetto troppo inospitale. Eppure, noi sappiamo, ormai, che nulla sul presepe napoletano v’è che sia casuale. Tutto risponde ad un esigenza precisa, tutto rappresenta qualcosa dell’animo o della tradizione napoletana. E anche i pastori sono un simbolo. Le pecore rappresentano il gregge dei fedeli, condotto all’incontro con Dio dai loro pastori, cioè i sacerdoti. Perciò pastori e pecore, sul presepe non possono mancare. Non può mancare, ad esempio il pastorello che è giunto fin quasi sulla soglia della grotta, prima degli altri e si appresta ad adorare quel Dio che si è incarnato e si presenta ai suoi occhi sotto l’aspetto del Bambino, posto lì in una mangiatoia.

I pastori rappresentavano, fin dal tempo degli Ebrei, lo strato della popolazione più umile, i meno abbienti;  eppure essi sono in primi a correre ad adorare il Cristo incarnatosi. Ma la rappresentazione sembra suggerire che quei pastori, se sono i più umili, sono  anche coloro che hanno conservato un animo più puro e, proprio grazie alla purezza del loro animo, sono i primi ad intuire l’importanza di quanto sta accadendo nella grotta, non lontano da loro. Essi vivono in campagna, fuori dalle case del villaggio ed accorrono per primi a rendere omaggio al Dio nascente; saranno i primi a custodire quel luogo reso sacro dalla nascita di Gesù; essi sono alieni da qualsiasi coinvolgimento negli affari, non sempre cristallini, che si conducono nel villaggio.

I borghesi, invece, gli abitanti della città, sono invece ignari, indifferenti al miracolo che sta accadendo a due passi da loro. Essi sono seduti all’Osteria,  innanzi a tavole riccamente imbandite, presi solo dai propri vizi e dai propri piaceri, insensibili alla dimensione sacra che aleggia quella notte sulla lor piccola città. Sono essi il simbolo dei mali del mondo. L’omaggio dei pastori invece, precede anche quello die re Magi che arriveranno solo la notte dell’Epifania. Un onore questo che sembra riecheggiare la convinzione che le classi più umili siano quelle dotate, forse, di più profondi sentimenti e di una maggiore religiosità. A sottolineare questo aspetto vi è anche il fatto che anche i suonatori non sono altro che dei pastori. Quei pastori che intuiscono la portata dell’evento che si apprestano a vivere, per festeggiare la nascita di Dio hanno tirato fuori i loro semplici strumenti.

Ma tra la popolazione dei pastori, spesso si annidano anche individui con una valenza negativa, infernale. Sono pastori rappresentati con le visi ghignanti, resi ancor più brutti  dal dispiacere per quell’evento destinato a cambiare la storia del mondo ed a portar via a Satana molte delle anime su cui credeva di avere il dominio. Il Cristo trionfante è nato.

Una delle figure più importanti, nella folla dei pastori è rappresentato dal pastore detto della meraviglia. Egli è posto davanti alla grotta, il viso rivolto al cielo, le braccia allargate ed in viso l’espressione della sorpresa. Può apparire bizzarro che un personaggio così umile, così dimesso, quale quello di un pastore abbia un  privilegio analogo a quello dei Magi, posto sullo stesso livello. Ma bisogna pensare che ciò sta a significare che il dono degli umili non è inferiore a quelli dei Re venuti da lontano al seguito della Stella. Essi offrono a Dio il loro stupore, la loro meraviglia. Il pastore della meraviglia sta ad indicare l’atteggiamento che ogni credente dovrebbe avere, rispetto alla venuta di Cristo sulla terra. Ognuno davanti alla commemorazione di quell’evento dovrebbe avere sempre l’animo sgombro da ogni orpello e recuperare la capacità di meravigliarsi davanti al dono che Dio ci ha fatto, quello di mandare suo figlio sulla terra ad immolarsi per noi e liberarci dai nostri peccati. Quella meraviglia del pastore dovrebbe albergare nei nostri animi ad ogni Natale, ma non solo; dovrebbe sorgere ogni volta che rivolgiamo lo sguardo a Gesù, stupirci sempre davanti all’amore che Dio ci riserva, nonostante i nostri peccati.

 

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