Una Guantanamo sabauda

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Guantanamo è una città cubana posta su una baia a sud-est dell’isola. È un territorio di circa 116 Kmq, che fu affittato nel lontano 1903 dagli americani come punto di appoggio delle loro navi, che lì potevano far rifornimento di carbone. Nel 1934 la zona fu, definitivamente, ceduta agli Stati Uniti che vi impiantarono una base navale.

In tempi recenti il nome di Guantanamo ha acquistato una crescente fama sinistra, poiché dopo l’attentato alle torri gemelle di New York, dell’11 settembre 2001, all’interno della base è stato creata un centro di detenzione per detenuti islamici accusati di esser coinvolti con attività terroristiche. Quel centro è noto all’opinione pubblica mondiale a causa delle sistematiche violazioni della Convenzione di Ginevra e delle torture inflitte ai prigionieri.

Uno dei primi impegni assunti da Barack Obama, appena eletto, fu quello di chiudere il centro di Guantanamo. La cosa, nonostante i due mandati presidenziali, non gli è mai riuscita. La vicenda del carcere di Guantanamo è stata definita un “legal black hole”, una vergogna per uno stato che si definisce democratico.

Ma un caso Guantanamo si è verificato anche nel passato, o almeno un fatto che ricorda molto da vicino l’atteggiamento statunitense nei riguardi di coloro che sono sospettati di terrorismo e tale caso si verificò nel nostro paese subito, dopo la realizzazione di quella che i libri di storia definiscono, impropriamente, Unità d’Italia.

Il caso riguarda la lotta che il governo nazionale condusse contro quel movimento che, in tempi più vicini a noi, si sarebbe definito di Resistenza, ma che allora fu derubricato a brigantaggio.

Non pago degli stermini di massa e delle distruzioni provocate nel Mezzogiorno dall’esercito nazionale, al presidente del Consiglio dell’epoca venne in mente l’idea di realizzare una colonia penale per i meridionali. La vicenda che ad un primo approccio può sembrare inverosimile è invece riportata nei Documenti diplomatici, conservati presso l’Archivio storico della Farnesina. Quel primo ministro rispondeva al nome di Luigi Federico Menabrea, nato a Chambery e quindi savoiardo, che ebbe a dire, correva l’anno 1868:“Tutti i criminali meridionali dovrebbero essere deportati in un luogo disabitato e lontano migliaia di chilometri dall’Italia. In Patagonia, per esempio.”

Gli oppositori del nuovo governo sono sempre di più e si organizzano in bande. Quella di Carmine Crocco poteva contare, ad esempio, su ben 2500 uomini.

Allora al presidente del consiglio venne in mente la brillante idea di una colonia penale ai confini del mondo, in modo da recidere per sempre i legami col territorio e con la famiglia. Fu dunque messo a punto un vero e proprio progetto e partì la ricerca della località in cui impiantare tale colonia. Il primo tentativo fu espletato con gli inglesi, cui fu avanzata la richiesta di poter disporre di una zona, nei pressi del mar Rosso in cui realizzare la prigione. Ma la risposta inglese fu negativa.

Si passò allora a far richiesta la governo argentino per la disponibilità di una zona che fosse situata, e le parole, usate all’epoca, sono quelle che seguono:“ …nelle regioni dell’America del sud e più particolarmente quelle bagnate dal Rio Negro. Quelle cioè che i geografi indicano come il limite tra i territori dell’Argentina e quelle regioni deserte della Patagonia.”

Anche l’Argentina però rispose negativamente. Allora Menabrea rivolse la richiesta alla Tunisia, ma sempre con esito negativo. Caparbio il nostro presidente del Consiglio decide di rivolgersi di nuovo agli inglesi. Avanza la richiesta di poter realizzare la sua prigione sull’isola di Socotra, posta tra la Somalia e lo Yemen, oppure, in sottordine, di appoggiare il tentativo che avrebbe fatto con gli olandesi di una zona in prossimità dei loro possedimenti nel Borneo. Ma il governo inglese non vedeva affatto di buon occhio il progetto di Menabrea e gli olandesi temevano che concentrare troppi delinquenti in un unico posto, vicino ai loro territori, potesse nuocere alla sicurezza della loro colonia.

L’ultimo tentativo di portare a buon fine il progetto fu condotto dal lombardo Carlo Cadorna, ma fu un nuovo fallimento.

Questa vicenda, apparentemente incredibile, è invece del tutto vera ed è stata riportata alla luce dai giornalisti della Gazzetta del Mezzogiorno, il quotidiano di Bari, che sono andati a scavare nelle carte dell’Archivio del Ministero degli Esteri Italiano, situato alla Farnesina. Si conferma ancora una volta come l’atteggiamento piemontese nei riguardi del meridione era quello che si può tenere nei riguardi di una colonia annessa con la forza cui ci si rifiuta di riconoscere una pari dignità. In 160  anni sembra che nulla sia mai cambiato.

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