Una dama del XVI secolo: Isabella di Villamarina Principessa di Salerno

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-di Giuseppe Esposito-

Sparsa le trecce morbide

sull’affannoso petto,

lenta le palme e rorida

di morte il bianco aspetto.

Con questo limpido esempio di accusativo alla greca, come non mancava di rimarcare il professore di lettere del liceo, il Manzoni rese immortale una donna, condannata, invece,  dalla storia alla damnatio memoriae. Ermengarda è infatti frutto dell’inventiva del poeta, mentre il vero nome della figlia di Desiderio, sposa di Carlo re dei Franchi e poi ripudiata, ci è ignoto. Se un altro Manzoni, nato alle nostre latitudini avesse voluto rendere un simile omaggio ad una dama della nostra terra, avrebbe potuto indirizzare i suoi versi ad Isabella di Villamarina, principessa di Salerno. Un poeta suo contemporaneo  così  ne scriveva:

Isabella  questa è  Villamarina,

che fu prescritta nel consiglio eterno,

per far laggiù della beltà divina

un raro esempio ed onorar Salerno.

Figlia di don Bernardo di Villamarina, antica e nobile stirpe di Ammiragli Spagnoli, era di ingegno pronto e versatile. Piccola e gentile, grandi occhi neri e piccole mani,  possedeva un fascino speciale cui soggiacevano quanti l’avvicinavano. Era stata costretta all’esilio in Spagna poiché il marito era caduto in disgrazia nei confronti dell’imperatore. Carlo V, da sempre ammiratore della principessa, le aveva concesso  di tornare in patria sotto la sua protezione. Purtroppo quest’ultima gioia doveva esserle negata. La sua salute era stata resa malferma dai disagi patiti negli ultimi anni. Appena iniziato il viaggio fu assalita da un malore che la portò alla morte in quel di Madrid.  Era l’anno 1559.

A soli cinquant’anni moriva sola e lontana da parenti ed amici, la dama che aveva trascorso la sua festosa giovinezza in mezzo a grandezze regali. E come all’altra, sul punto di morte, dovettero tornarle alla mente i ricordi di tutta la vita. L’apprendimento, coi migliori maestri delle lingue greca e latina, della musica e del canto. Le nozze alla tenera età di dieci anni, con Ferrante di Sanseverino, IV Duca di Villahermosa e signore di innumerevoli città e castelli. La magnificenza del palazzo di Napoli,  (oggi inglobato nella chiesa del Gesù nuovo). In quel palazzo, intorno ai due giovani si adunavano i migliori ingegni del tempo in una corte festosa. Ricordò  gli abiti sfarzosi esibiti alle feste di corte e i cavalli e le carrozze magnifiche. L’ammirazione e l’invidia suscitate tra le altre  dame della nobiltà  dalla sua grazia e dalla sua sapienza. Gli omaggi in versi del viceré, Cardinale Colonna e l’ostilità sorda del suo successore don Pedro de Toledo e di suo figlio Garzia. I raggiri  del vicerè contro suo marito Ferrante, fino al tentativo di sottrargli la maggior fonte di reddito, la Dogana di Salerno. Il desiderio di maternità frustrato e le lunghe assenze del consorte, in guerra agli ordini dell’imperatore o ambasciatore in Spagna.  La cura e l’amministrazione dei beni di famiglia. L’ammirazione e la benevolenza dell’imperatore Carlo V, a Napoli subito dopo essere stato incoronato da papa Clemente VII a Bologna. I balli e i colloqui con colui, che era l’uomo più potente del suo tempo e che divenne  un suo sincero ammiratore. I versi che innumerevoli poeti le avevano dedicato. L’attentato alla vita di Ferrante ordito da don Garzia nei pressi di Vietri e la fuga del marito dal regno. La pubblica rinuncia di Ferrante, a Venezia, dove era riparato, a tutti i suoi beni e lo sciagurato appoggio ad Enrico, re di Francia nel suo tentativo di impadronirsi di Napoli. La fuga a Costantinopoli e l’accusa di alto tradimento. Il processo da lei stessa subito per l’appoggio materiale dato al marito in fuga e l’intervento dell’imperatore che, solo, fu in grado di sottrarla ai suoi nemici. L’esilio di Ferrante in Francia sotto la protezione di Caterina dei Medici. Infine l’ordine di Carlo V a lei di riparare in Spagna presso la principessa di Portogallo.

Il suo desiderio perenne di tornare in patria ed infine l’assenso dell’imperatore che le consentiva di rivedere il suo paese, di tornare in Italia sotto la sua protezione. Ora invece quella gioia le era stata negata dall’alto e non le restava, in attesa che gli occhi le si velassero per sempre, di rivedere solo con quelli  della mente la sua terra e rivivere il tempo felice della giovinezza.

La vita era stata anche per lei un breve lasso di tempo che era servito a ridurla da uno stato principesco a quella di un esule lontana dalla patria e dal suo consorte. Sola e senza nessuno che si sarebbe poi preoccupato di incidere il suo nome sulla sua pietra sepolcrale. Sic transit gloria mundi, si potrebbe chiosare, ma certo la vita di alcuni conosce molti grandi rovesci che la gran parte degli uomini ignora. Bisogna allora avere un animo forte per reggere alle grandi sventure ed alle offese degli uomini.

Di Isabella di Villamarina possiamo dire  che ebbe questa forza quasi virile che, ancora, nel ricordo dei posteri la onora. Per questo ci è  piaciuto  affiancarla a quella cui Manzoni indirizzò la sua pietà. Una  donna, Isabella, che ebbe la sventura di vivere in un periodo che presentava tanti accanimenti d’odio in così sollecito succedersi, al potere vicereale, di uomini di indole così differente. Un periodo così vario di interessi e ragioni storiche in contrasto tra loro come fu la prima metà del XVI secolo.

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