Una curiosità illuminista nella Napoli del Settecento: le 366 fosse

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-di Giuseppe Esposito-

Via Fontanelle al Trivio è una traversa stretta e ripida che si stacca dalla parte finale del corso Malta, per giungere fino alla Doganella. La stradina attraversa quella che una volta veniva definita la Siberia e contro le cui bande di scugnizzi noi, che abitavamo in via Zara, ingaggiavamo, a volte, quelle  battaglie definite in napoletano “guainelle” ed in cui le armi erano i sassi raccolti per strada, ma lanciati, quasi solo a scopo dimostrativo, deterrente, per respingere gli sconfinamenti nella nostra zona. Una sorta, insomma,  di riedizione locale dei “Ragazzi della via Pal” di Ferenc Molnar.

La stradina prende l’avvio al  fianco dello stabilimento dismesso ed abbandonato della vecchia Centrale del latte di Napoli. Cosa, questa,  abbastanza comune nella zona orientale, dove vecchi ruderi stanno lì a ricordare un tempo in cui ancora fervevano in zona attività produttive. A metà della salita vi è una rampa che porta davanti ad un cancello di ferro chiuso. È l’ingresso di quello che era il cimitero di Santa Maria del Popolo, meglio noto come cimitero delle 366 fosse o ancora come cimitero dei Tredici.

Il cancello è inserito in un portale sormontato da un timpano triangolare con i simboli della morte ed affiancato da due grandi lapidi commemorative, con iscrizioni dettate da Alessio Simmaco Mazocchi a ricordare che l’opera fu voluta da re Ferdinando IV di Borbone.

Nel 1877 passò di qui anche Renato Fucini che così scrisse poi nel suo “Napoli aocchio nudo”:Vi sono impressioni che non si raccontano, ma si pensa e si tace perché la parola è insufficiente.

Il cimitero fu commissionato nel 1762 dal re all’architetto Ferdinando Fuga, in accoglimento di una richiesta dell’Ospedale di Santa Maria del Popolo degli incurabili. L’architetto realizzò un’opera di grande interesse , adottando un criterio di razionalizzazione delle sepolture, perfettamente coerente con lo spirito illuministico dell’epoca.

Fu quello il primo cimitero destinato ai poveri e testimonia l’attenzione che quel sovrano riservava ai ceti più poveri della sua nazione. La realizzazione del cimitero ben si abbina a quella dell’Albergo dei poveri, realizzato dallo stesso Fuga sotto il regno di Carlo III, padre di Ferdinando.

Quello delle 366 fosse fu il primo cimitero ad essere realizzato fuori dalle mura cittadine. Fino ad allora le sepolture dei poveri avvenivano nelle cavità ipogee sotto le chiese, sotto gli ospedali e nelle caverne naturali. La più grande di queste cavità era quella su cui insisteva l’Ospedale degli Incurabili.

Dopo un lungo periodo di chiusura, oggi, il cimitero è di nuovo visitabile, anche se necessita di opere di sistemazione.  Esso, cosa abbastanza singolare, è affidato alla stessa famiglia che fu incaricata della sua custodia, al momento della costruzione.

Il cimitero è di forma quadrata ed è circondato su ogni lato da un  alto muro. Accanto all’ingresso vi è un locale destinato ai servizi, mentre nel vasto cortile sono allineate le fosse per le sepolture, disposte su 19 file e 19 colonne. La fossa centrale serve a convogliare solo le acque piovane. Ogni fossa è chiusa da una lastra di basalto su cui è inciso un numero, compreso tra 1 e 366, che indica il giorno annuale di apertura. Al 366 corrisponde la data del 29 febbraio. Ogni fossa è profonda 7 metri ed ha una pianta quadrata di 4,20 x 4,20 metri.

La procedura prevedeva che ogni giorno si aprisse una della fosse, che poi a fine giornata veniva sigillata di nuovo. Inizialmente i cadaveri venivano fatti cadere dall’alto sul mucchio di quelli che già ivi giacevano. Per il sollevamento delle botole si adoperava un argano in ferro che era anche dotato di una cassa col fondo a rilascio, da cui i cadaveri  erano  fatti cadere sul fondo della fossa.

Nel 1875, una nobildonna inglese che aveva perduto la figlia durante un’epidemia di colera, volle dare un contributo per rendere più compassionevole la sepoltura e donò pertanto un altro argano che permetteva di calare i cadaveri sul fondo  invece di lasciarli cadere dall’alto. Oggi i due attrezzi sono ancora visibili accanto alle fosse, anche se arrugginiti ed inutilizzabili

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