Un telegramma da Coltano

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-di Giuseppe Esposito-

“I miei migliori saluti trasmessi per telegrafo senza fili dall’Italia  in America. Guglielmo Marconi, 5.47 P.M.”

Questo il testo del telegramma giunto nella redazione del New York Times il giorno 19 novembre 1911.

La prima trasmissione di un segnale radio tra un apparecchio trasmittente ed uno ricevente, risale all’8 dicembre 1895. Il maggiordomo di casa Marconi, Mignani, esplose un colpo di fucile per segnale la riuscita dell’esperimento avviato dal giovane Marconi. Era accaduto che l’apparecchio ricevente aveva trillato tre volte e cantato come un grillo all’arrivo del segnale inviato da Marconi che era dalla parte opposta della collina che sorgeva dietro la villa dei Marconi.

L’apparecchiatura messa a punto si dimostrò in grado di inviare un segnale che poteva anche superare gli ostacoli naturali.

Il 5 maggio dell’anno successivo Marconi presentò all’Ufficio Brevetti di Londra una richiesta per il brevetto dal titolo: “Miglioramenti della telegrafia e relativi apparati”. Alla domanda fu assegnato il numero 5028 ed il 19 marzo la richiesta fu accolta.

Il 2 giugno presenta una nuova domanda avente come oggetto per una telegrafia senza fili intitolata: “Perfezionamenti nella trasmissione degli impulsi e dei segnali elettrici e apparecchi relativi.”. L’approvazione fu rilasciata il 2 luglio del 1897.

In quello stesso anno fondò a Londra la “Wireless Telgraph Trading Signal Company” che poi assumerà il nome di “Marconi Wireless Signal Company”. Prosegue le sue ricerche ed appunta la sua attenzione sull’Atlantico, convinto che i segnali possano valicare l’Oceano.

Giungiamo così al 1903, anno in cui comincia a progettare una grande stazione radio in Italia. La località scelta è Coltano, in provincia di Pisa. Una zona circondata da acquitrini e affacciato sul Tirreno, cosa che riteneva favorevole all’invio di segnali in Africa, dove l’Italia aveva molte colonie, ed in  America.

Coltano distava 10 Km da Pisa ed era a 15 Km a nord est di Livorno, ma ricadeva nella tenuta di proprietà della famiglia reale. Il re, Vittorio Emanuele III, concesse l’uso di una parte dei terreni della tenuta, come richiesto da Marconi.

A causa di difficoltà di natura tecnica e burocratica, la fine dei lavori giunse solo nel 1911.

In quell’anno, dopo lo scoppio della guerra di Libia, la gestione della stazione passò completamente nelle mani della Regia Marina. Il 19 novembre ci fu il successo dell’invio del telegramma al New York Times che sulle sue pagine definì quella di Coltano la più potente stazione radio del mondo. Il segnale partito da lì aveva infatti coperto una distanza di 6500 Km, di gran lunga maggiore di quelle raggiunte nei precedenti esperimenti. Una distanza che era pari ad un sesto della circonferenza terrestre.

Dopo quel primo esperimento Marconi inviò dei segnali che, superando l’intero Sahara, giunsero a Massaua in Eritrea. E fu sempre attraverso l’impianto di Coltano che, nel 1931, lo scienziato riuscì ad accendere le luci della gigantesca statua del Cristo a Rio de Janeiro.

Nel 1914 una stazione simile a quella di Coltano, ossia con gli stessi impianti e lo stesso sistema di antenne fu installata alle Hawaii.

La fine della gloriosa stazione di Coltano giunse con lo scoppio della seconda guerra mondiale. L’area era stata completamente militarizzata e fu ripetutamente bombardata, nel corso del 1944. Da allora fu lasciata in un lamentevole abbandono in cui versa ancora oggi. Occorrerebbe un progetto che la recuperi e la valorizzi. Negli ultimi tempi sembra che il comune di Pisa l’abbia rilevata dal demanio e intenda realizzarvi un museo dedicato a Marconi ed alla storia delle telecomunicazioni. C’è da augurarsi che il progetto venga portato a termini e tragga dall’oblio una così importante testimonianza del genio italico, la memoria di un tempo in cui l’Italia riusciva a competere con le più grandi potenze mondiali. Oggi invece siamo il fanalino di coda di qualsivoglia classifica si compili. Siamo su una china pericolosa anche per la sopravvivenza del nostro paese , la cui economia è sempre più allo sbando e con essa il sistema dell’istruzione e della ricerca.

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