Triste anniversario

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-di Giuseppe Esposito-

Il 4 aprile del 1934, Salvatore Di Giacomo moriva nella sua casa al numero 35 di via San Pasquale a Chiaia. Sono dunque trascorsi 86 anni ma la sua voce non si è mai spenta, almeno per i napoletani. Essa ha continuato a farsi sentire nei versi della tante poesie di don Salvatore vestite delle note di Tosti, o di Costa o di Buonocore. I suoi testi costituiscono parte integrante della cultura napoletana e Di Giacomo può esser considerato il più grande poeta napoletano. Figlio di un medico, nacque il 12 marzo del 1860, l’anno in cui cadeva il Regno delle Due Sicilie. Frequentò per volere della famiglia la facoltà di Medicina che abbandonò però nel 1886, per darsi al giornalismo. Cruciale fu il suo incontro con Eduardo Scarfoglio e Matilde Serao che gli permisero di scrivere prima per il Capitan Fracassa, poi per il Corriere di Roma ed infine per il Corriere di Napoli. Essi lo introdussero negli ambienti napoletani  più vivi, veraci e sofferti del tempo. Inizialmente all’attività di giornalista don Salvatore affiancò quella di fotografo nella quale si soffermava, soprattutto, sulla realtà e sui problemi che affliggevano il popolo napoletano vittima di un folklorismo su cui era basato un falso concetto di napoletanità.

Di se stesso ebbe a dire: “Nel giornalismo io non sono uno scrittore, ma uno scrivano. La mia fissazione è che Napoli è una città disgraziata, in mano a gente senza ingegno, senza cuore e senza iniziativa. Tutto procede irregolarmente in mano ai peggiori.”

Era vicino in questo modo di sentire alla Serao del Ventre di Napoli. Fu tra i fondatori della Rivista “Napoli nobilissima”, cui parteciparono i migliori intellettuali napoletani dell’epoca, fra cui lo stesso Croce, la cui casa il Di Giacomo frequentò a fasi alterne. Oltre che autore di versi egli scrisse anche per il teatro ed alcuni dei sui lavori più famosi sono: “’O voto”, “’O mese mariano”, e quello, forse più conosciuto “Assunta Spina”.

Nel 1894 abbandonò il giornalismo per la carriera di bibliotecario. Fu dapprima presso il conservatorio di S. Pietro a Maiella e poi direttore della sezione autonoma Lucchesi Palli, della Biblioteca Nazionale di Napoli.

Le sue canzoni erano presenti ogni anno al concorso per canzoni nuove ed egli fu definito perciò anche come lo Chansonnier di Piedigrotta. Definizione alquanto riduttiva per un autore del suo calibro. Invece di citare i titoli delle sue numerose canzoni ci piace ricordare quella nata dalla sua esperienza personale più profonda: “Palomma ‘e notte”. Ispirata al suo rapporto con la donna che poi sposerà dopo un lungo fidanzamento durato undici anni. L’incontro tra i due avvenne quando la ventiseienne Elisa, primogenita del magistrato Antonio Avigliano si presentò al poeta, allora quarantacinquenne, al fine di raccogliere notizie per la sua tesi di laurea basata proprio sulla poesia digiacomiana. A testimoniare la lunga vicenda rimane un corposo epistolario dalle cui lettere si desume il profilo psicologico del poeta, estremamente sensibile, ai limiti della neuropatia. Egli era preda di un amore folle, ma tormentato da una cupa gelosia. Si evince inoltre la sua profonda dedizione all’arte che, talvolta sembra superare anche l’amore per la sua donna. Quella donna che egli dovette lasciare sola al momento in cui fu colpito dalla grave malattia che lo avrebbe portato alla morte, cinque anni dopo la sua nomina ad accademico d’Italia.

Ognuno conosce l’incipit della canzone:

Tiene mente ‘sta palomma

Comme gira e comm’avota,

comme torna n’ata vota

stu ceroggeno a tentà

A questo punto ognuno può continuare a cantarla in cuor suo, le parole riemergeranno da sole dal profondo del cuore o della memoria, soprattutto se siete napoletani, ma anche se non lo siete.

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