Storie di catabasi

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-di Giuseppe Esposito-

Certe parole colpiscono per il loro suono, per il gusto che ti lasciano in bocca nel pronunciarle e per la capacità di riportarti indietro nel tempo, ai giorni in cui le sentisti per la prima volta. Catabasi è una di quelle parole poco frequentate e che al sentirle ti senti riportato ai tempi del liceo. In quei giorni apprendesti che catabasi nel mondo greco e romano era la discesa di una persona viva nell’Ade, il regno cioè dell’Oltretomba.

Il primo accenno alla catabasi la si trova nella “Discesa di Istar agli Inferi”, un racconto che fa parte della mitologia mesopotamica e che descrive la discesa della dea Istar nel regno dei morti. La narrazione, in lingua accadica, è stata ritrovata in alcuni siti archeologici assiri quali Assur e Ninive, su reperti databili alla fine del II millennio a.C.

Ma come molti altri miti, anche quello della catabasi si trasmette alle varie culture succedutesi nel corso della storia, fino a divenire un vero e proprio topos letterario.

Il primo esempio di catabasi nel mondo greco e romano lo incontriamo nell’XI libro dell’Odissea. Lì Ulisse scende negli Inferi, ma evita di varcarne la soglia. La sua discesa ha come scopo quello di sapere cosa il destino gli riservava e quando avrebbe potuto rientrare nella sua Itaca. In quel suo viaggio incontra l’indovino Tiresia che gli rivela che il suo peregrinare sarà ancora lungo e che quando potrà rientrare nella sua isola dovrà combattere contro degli usurpatori e che una volta riportata la pace nella sua patria, sarà costretto a riprendere il mare e  ad affrontare un nuovo viaggio.

Oltre ad Ulisse altri eroi della mitologia greca scenderanno nell’Ade. Vi andrà Eracle nel corso delle sua ultima fatica e vi scenderà Orfeo nel tentativo vano di riportare in vita la sua Euridice.

Quel topos sarà ripreso più tardi da Publio Virgilio Marone che farà scendere agli Inferi, nel VI libro dell’Eneide il protagonista eponimo. Nel regno dei morti Enea incontrerà Didone, la sfortunata regina di Cartagine, suicida a causa del suo abbandono. Incontrerà poi, nei Campi Elisi suo padre Anchise che gli mostrerà i suoi discendenti, da Romolo ad Augusto Imperatore.

Ma l’esempio più famoso di catabasi e, senza ombra di dubbio quello di Dante, che, nella sua Commedia, attraversa l’Inferno ed il Purgatorio sotto la guida di Virgilio eretto a simbolo della ragione umana e che lo lascia alle soglie del Paradiso dove a far da guida a Dante sarà Beatrice.

Nemmeno la cultura islamica ha saputo rinunciare al suggestivo topos e nei “Libri della Scala” si narra del viaggio del profeta Maometto attraverso l’Inferno e il Paradiso.

Successivamente quel topos cadde in disuso, poiché il mito perse la sua pregnanza nell’era moderna. Eppure di recente mi è caduto sott’occhio un accenno alla catabasi nel giudizio che il critico Pietro Citati dette del libro di Anna Maria Ortese “Il mare non bagna Napoli”.

Secondo Citati i racconti della Ortese vanno considerati come una vera e propria catabasi, una discesa all’inferno della scrittrice che passò a Napoli solo una parte della sua vita ma che ne fu segnata per sempre. Una catabasi quella della Ortese degna della nostra cultura classica poiché ci immerge nelle tenebre della realtà napoletana degli anni che seguirono la fine del secondo conflitto mondiale. Un periodo terribile che stravolse l’animo degli abitanti della città partenopea.

Nella sua narrazione, secondo il critico, Ortese riesce a descrivere il mare, le abitazioni, l’atmosfera cittadina e gli oggetti connotati da una forte spettralità che ci viene comunicata dai sui personaggi, esseri dolci o dal cuore indurito dal tempo e che osservano spaesati il teatro in cui si svolge la loro esistenza.

Ciò accade ad Anastasia della cui vita Ortese scrive che “sarebbe stata come un sogno, un viottolo che sembra morire in un campo sterrato e invece, a un tratto, si apre su una piazza piena di gente, con la musica che suona.”

Ed anche un’altra protagonista volge al mondo uno sguardo pregnante ed incisivo. È la piccola Eugenia che con i suoi nuovi occhiali comprati col sudore di tanti sacrifici, vede il mondo per la prima volta e lo trova assai diverso da come lo aveva immaginato. Le vaghe forme intraviste in precedenza cominciano ad assumere contorni diversi, immagini deformate e deturpate dal degrado pstbellico.

La piccola comincia a vomitare e non si capisce se ciò avvenga per il brusco cambiamento della vista o a causa della disillusione di vedere un mondo ed una realtà così diversi da come li aveva immaginati. Quello che doveva essere il giorno più bello della sua vita si trasforma in una tragedia.

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