Racconto della domenica di Giuseppe Esposito

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Sogno di una sera di mezza estate  (Parafrasando Shakespeare)- di Giuseppe Esposito-

In questi giorni un virus sconosciuto e arrivato da un paese, che un tempo ritenevamo lontano, ci ha  confinati in casa e con addosso il gelo della paura. Le notizie che ci arrivano attraverso gli schermi della televisione ed attraverso i social, sono davvero sconfortanti.

Le giornate sono lunghe e noiose. Ti affacci al balcone di casa e le strade deserte ti mettono addosso una sensazione di angoscia e di irrealtà. Ma è vero o è solo un brutto sogno? Ti chiedi. E quando sei costretto a risponderti che sei sveglio e non stai sognando ti prende una sorta di vertigine. Ci siamo infilati nel buio di un tunnel e da nessuna parte ci giunge la speranza che se ne esca a breve.

Ti assale allora la nostalgia della socialità. Rimpiangi il tempo in cui uscire a passeggio era normale ed era normale farsi travolgere dalla folla nelle strade del centro e mescolarsi, la sera, alla moltitudine di quella che fu definita, alla spagnola, la movida. Sedere ad un tavolo ed osservare la variegata umanità scorrere davanti a te. Bere una birra o un calice di vino in compagnia. Mangiare una pizza o cenare in un ristorante davanti al mare. Affrontare le curve della costiera e godere delle serate a Cetara, ad Minori o ad Amalfi.

Ora, sull’onda di quel rimpianto per una condizione che sembra perduta, mi torna in mente lo strano caso avvenuto una di quelle sere in cui  ero uscito in strada per esorcizzare, col chiasso della movida, la malinconia che, sovente, mi prende al calar della sera. Il mio amore lontano ed il desiderio di lei troppo cocente.  Seduto al tavolo di un bar mi accorsi, tuttavia, che ci si può sentir soli anche tra una moltitudine di sconosciuti, apparentemente allegri per motivi a noi ignoti o forse lieti, solo in apparenza, per coprire il vuoto delle proprie esistenze. Meglio il chiuso delle mie  stanze, decisi e m’avviai su per la via Porta di mare, per sfuggire alla calca ed al rumorio, divenuto molesto, della folla. Fui nel larghetto di San Pietro a Corte, dove gli schiamazzi giungevano attutiti e m’arrestai a godere di quella calma dolce come un balsamo.

Osservando la facciata dell’antica chiesa  mi avvidi che, stranamente, il cancello di ferro alla base della rampa di scale che conduce all’ingresso non era chiuso, ma solo accostato. Guardai su e scorsi una luce filtrare dal portone di legno. Una luce tremolante come quella delle candele. Incuriosito salii le scale con passo esitante, dubbioso e leggermente impaurito. Giunto sotto al protiro, un brivido gelato mi corse lungo la schiena. Pensai di ritrarmi, ma poi mi trattenni. Mi vergognai della mia paura. Spinsi l’alto battente e varcai la soglia. Il silenzio era profondo e le candele prossime a spegnersi in un’atmosfera rarefatta e fuori dalla realtà. Da una vetrata la luce della luna penetrava nella navata ed assumeva i colori del vetro istoriato. Un senso di pace mi prese, sedetti e la paura allentò la sua morsa. La stanchezza della giornata mi appesantì le palpebre e fui colto da un sonno inatteso. Poi mi sembrò di essere di nuovo sveglio. Mi guardai intorno ed  ero sempre nello stesso luogo, la navata di San Pietro in Corte, ma la chiesa non sembrava più deserta ed alla luce incerta delle candele si era sostituita una luce più intensa, ma altrettanto tremolante ed in luogo dell’ altar maggiore, in fondo alla navata, un trono di legno scuro, intagliato e adorno di borchie d’oro cui la luce strappava riflessi vermigli. Assiso su quel seggio regale un uomo sontuosamente abbigliato con vesti di broccato. Accanto una donna vestita come una principessa dell’epoca longobarda. Un abito di velluto rosso e sulla spalla destra una grande spilla d’oro a fermare uno scialle di sottilissimo e trasparente tessuto, adorno di perle. In testa un piccolo diadema d’oro , adorno anch’esso di perle traslucide. Intorno giovani, in piedi e seduti, intenti a giochi sconosciuti. Qualcuno reggeva sull’avambraccio un falcone incappucciato. Uno stuolo di paggi, a giudicare dalle vesti. L’uomo assiso in trono e la donna parlottavano fitto. La donna mormorava qualcosa all’orecchio del principe. A sinistra una folla di dignitari dalle lunghe e folte barbe, uomini d’arme con indosso una cotta di ferro sotto vesti colorate e lunghe. Strette in vita da cinture di cuoio adorne di borchie brunite. Sembrava fossero tutti in attesa di qualcosa, un evento, una apparizione imminente. Mi tornò in mente che un tempo, quell’aula ora trasformata in chiesa era stata la sala del trono dei principi longobardi.

La folla che gremiva la vasta sala sembrava preda di una sottile, quanto palpabile ansia e riaffiorarono nella mia memoria i versi del D’Annunzio:

Quei di Salerno il lor lunato golfo

gli archi normanni, tutta bronzo e argento

la porta di Guisa e di Landolfo

aveansi in cuore e l’arte e l’ardimento,

onde tolse lo scettro ad Alberada

Sichelgaita dal quadrato mento.

Ecco, mi dissi, chi erano quei personaggi che animavano quell’aula. Lei Sichelgaita e quello seduto in trono il fratello Gisulfo. L’ultimo e il più grande dei principi longobardi. Il loro potere era però ormai alla fine, incalzato dalla potenza crescente dei Normanni. La principessa sembrava voler convincere il fratello delle sue ragioni ed indurlo ad un passo davanti al quale il principe esitava. D’improvviso un fragor di passi ed un clangore metallico fecero volgere tutti gli sguardi in direzione della porta d’ingresso.

Dal varco irruppe un manipolo di armati . Corazze lucenti ed in capo elmi conici. Lunghe spade pendenti dal fianco. Alla testa del piccolo corteo un uomo possente nella persona, alto più di tutti, carnagione accesa, lunghi capelli chiari e sguardo fiero ed acceso negli occhi azzurri fiammeggianti. Mentre il suo seguito si arrestava alla metà della sala egli proseguì con aria spavalda fin nei pressi del trono e, senza neppure accennare a un inchino fece udire la sua voce tonante:

“Gisulfo, ecco davanti a te, Roberto d’Hauteville qui convenuto a chiederti ragione del tuo lungo indugiare nel concedermi la mano di tua sorella Sichelgaita.”

Gisulfo non rispondeva e appariva come intimorito dal gigantesco energumeno. Ma la donna al suo fianco, dopo una rapida occhiata trepida al fratello, mosse verso il nuovo venuto, gli fece un profondo inchino e quindi gli prese la mano sollecitandolo ad accostarsi al trono.

Se suo fratello odiava i Normanni e ne temeva la sete di potere, Sichelgaita, più accorta aveva, da tempo compreso che, per la loro stirpe longobarda non vi era altra alternativa che legare il proprio destino ai nuovi venuti. Troppo rapida ed inarrestabile era stata la loro ascesa ed opporsi poteva essere fatale. In seguito la principessa con la sua sagacia e la sua abilità diplomatica avrebbe aiutato il marito, Roberto il Guiscardo a completare la conquista dell’intero meridione d’Italia. E quando il Guiscardo cingerà d’assedio la vecchia capitale della Longobardia Minor, espugnandola, sarà lei, col suo intervento a salvare il fratello, ottenendo per lui mille bisanti d’oro e le cavalcature necessarie a raggiungere la Roma di papa Gregorio VII, che gli assicurerà un esilio decoroso.

Ma d’improvviso il buio calò di nuovo sull’immensa aula e con esso il silenzio. Scomparsi i cavalieri ed i paggi. La sola luce era quella morente delle candele oramai consunte. Mi ritrovai a sbattere le palpebre, ero di nuovo sveglio? Avevo sognato? M’avviai verso l’uscita e ripresi il cammino verso casa lungo i vicoli stretti dell’antico centro cittadino. Nella mente ancora vivo il ricordo della scena cui avevo assistito o che avevo sognato. Nelle notti di luna può accadere di scambiare il sogno con la realtà.

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