Per un’immagine di Cava nel Settecento

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-di Giuseppe Esposito-

La storia della città Di Cava de’ Tirreni è sempre stata segnata dal forte legame con la capitale del Regno. Molti erano gli abitanti di Cava che si erano trasferiti a Napoli per accedere alle professioni legali ed anche per aprirvi botteghe con le quali garantire un più ampio mercato alle proprie merci ed incrementare, così, i loro guadagni. Per non dire poi, dell’attrazione che la corte esercitava sulle famiglie nobili che dalla vicinanza al potere guadagnavano benefici e promozione sociale.

Per tutto ciò, il legame con la capitale era divenuto parte integrante dell’identità cittadina.

Naturalmente, oltre ai vantaggi, vi erano anche oneri  a cui il comune non si poteva sottrarre, come l’obbligo di alloggiare e sfamare le milizie reali e quello di garantire la difesa militare del territorio con il reclutamento di milizie a proprie spese.

Nel 1734, con l’avvento di Carlo di Borbone sul trono di Napoli, il Regno divenne indipendente e si diffuse la speranza che i proventi fiscali potessero essere spesi all’interno del paese. Carlo avviò un’opera di modernizzazione dell’amministrazione statale, della giustizia, cercò di imporre una certa equità fiscale e combattè lo strapotere dei baroni. Dette un notevole impulso alle opere pubbliche ed avviò gli scavi di Ercolano e Pompei. La riscoperta delle antiche città ebbe una risonanza notevole ed una ricaduta benefica su Napoli, che fu inserita stabilmente nel Grand Tour, divenendo un percorso ineludibile per tutti i giovani europei che mettevano piede nel Regno.

Anche Cava ebbe i suoi benefici sia turistici che economici da questa nuova situazione.

Quando Ferdinando IV successe al padre mise in discussione l’eccessiva centralità della capitale e la corona prese ad interessarsi delle necessità delle province.

La vicenda di Cava nel Settecento si inquadra pertanto in questo contesto.

Il re, per conoscere lo stato e i bisogni delle province, dette incarico a Giuseppe Galanti di compiere un viaggio attraverso tutto il Regno per poter poi presentargli un resoconto preciso, sotto il profilo sociale ed economico dello stato delle varie province. A proposito di Cava il Galanti ebbe a scrivere:

Non vi mancano pure molti artefici di taluni lavori necessarj al comodo dell’uomo … I cavesi sono dediti alla negoziazione e perciò sono quasi tutti ricchi e vi son o ancora molti galantuomini. Vi fioriscono le manifatture di lana, lino e cotone. I cavesi tengono in azione da 1000 telai, che consumano 1500 cantara di cotone all’anno, danno circa 15000 pezze di lavori diversi di ottima qualità, introitando la somma annua di 150000 ducati da questa sola industria.

Le tele di questa città sono sempre state di pregio, specialmente nel periodo degli Aragonesi, trovando io che gli stessi nostri re ne facevano uso personale. Le manifatture di seta sono pure di pregio ma molto decadute da quello che erano un tempo. Vi è pure una fabbrica di Faenza e gli artefici poi non vi mancano, come già dissi, per fare tutti i comodi della vita.”

Era dunque Cava, per il Galanti, una città ricca, formata soprattutto da mercanti e da artigiani molto abili nel loro lavoro. Un’informazione di maggior dettaglio è quella desunta dal Taglie, dal catasto onciario introdotto da Carlo di Borbone. Sulla scorta di quanto egli riporta possiamo dire che le attività produttive di Cava e dei suoi casali erano distribuite come segue.

Nel 1753 vi erano 1949 agricoltori (9,8% della popolazione); 650 artigiani (4,3%)  erano impegnati nell’industria tessile, di cui 132 (0,9%) nell’arte della seta, 204 (1,3%) lavoravano il cotone, il lino e la canapa. 169 (1,2%) erano quelli impiegati nell’arte della lana. Notevole era anche la presenza di sarti, 163 (1,1%); si riscontravano inoltre ben 413 muratori (2,7%) 115 faenzieri (0,7%). Nei casali 715 persone (4,7%) erano impiegate nella pesca. Tutto ciò solo per elencare le professioni più diffuse.

Ogni quartiere o distretto aveva la sua vocazione:

 Il Borgo aveva eminentemente una funzione commerciale. I negozianti erano 253 (1,7%), il quartiere di Corpo di Cava era dedito alle attività marinare e della pesca ed era quindi il più povero. Nel territorio di Sant’Adiutore era diffusa la tessitura, soprattutto quella della seta, il cui mercato, però, nel Settecento aveva subito un crollo a causa dell’abolizione, da parte del re della tassa cosiddetta del “minutillo” che rendeva, per gli acquirenti, più vantaggioso acquistare a Napoli. A Passiano ed in parte anche a Sant’Adiutore vi erano molti cardatori e filatori di lana, i biancheggiatori di tele risiedevano nel casale di Santa Lucia, Metelliano aveva la sua specializzazione nella produzione della carta. Le fabbriche di ceramiche dette faenziere erano concentrate a Vietri. Dunque Cava, come molte altre città, nel Settecento, era caratterizzata dall’artigianato e dall’industria, attività svolte prevalentemente a domicilio.

L’artigiano era colui che deteneva tutti i mezzi di produzione e che realizzava il manufatto. Nel prezzo di vendita includeva tutti i costi quali quello della materia prima, del lavoro manuale, della professionalità dell’artigiano stesso.

A capo dell’industria a domicilio vi era il mercante imprenditore. Mercante poiché acquistava le materie prime e rivendeva il manufatto. Imprenditore poiché deteneva il capitale. Egli forniva agli artigiani la lana o la seta che essi lavoravano nel proprio domicilio, presso la loro bottega e talvolta nei locali del mercante stesso. Quando gli artigiano avevano finito il loro lavoro, il mercante raccoglieva i manufatti e li vendeva presso il proprio fondaco o nelle fiere del Regno. In questo modo gli artigiani avevano perso la propria indipendenza poiché il loro profitto era legato al mercante.

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