Il racconto della domenica di Giuseppe Esposito

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Pasolini e Napoli

Sono trascorsi molti anni da quella chiara mattina di marzo in cui ebbi la ventura, o la sventura secondo alcuni, di venire alla luce sotto il cielo di Napoli. Sono dunque napoletano e sebbene viva ormai da molto tempo lontano dalla mia città, sono orgoglioso di esserlo, come tanti di coloro che appartengono a questa singolare tribù, come in tanti hanno definito l’insieme dei figli di Partenope.

Tra costoro non possiamo certo sottacere di uno dei più ardenti innamorati della città e del suo popolo. Ci riferiamo al poeta, scrittore e regista friulano Pier Paolo Pasolini. Correva l’anno 1975 ed il regista era a Napoli per girare la sua versione cinematografica del Decameron. Sul set ricevette la visita di Antonio Ghirelli, giornalista del Corriere della Sera, ma napoletano. Pasolini accettò di rispondere ad alcune domande per una intervista da pubblicarsi poi sul quotidiano milanese. Il discorso cadde su Napoli, città molto amata dal regista che ad un certo punto così si espresse:

“… io so che i napoletani sono una grande tribù che anziché vivere nel deserto o nella savana come i Tuareg o i Beja, vive nel ventre di una grande città di mare. Questa tribù ha deciso – in quanto tale e senza rispondere delle proprie possibili mutazioni coatte – di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quella che noi chiamiamo la storia, o altrimenti la modernità. È un rifiuto sorto dal cuore della collettività ( si sa anche di suicidi collettivi di mandrie di animali); una negazione fatale contro la quale non c’è niente da fare. Essa dà una profonda malinconia, come tutte le tragedie che si compiono lentamente, ma una profonda consolazione, perché questo rifiuto, questa negazione della storia è giusto, è sacrosanto.

La vecchia tribù dei napoletani, nei suoi vichi, nelle sue piazzette nere o rosa, continua come se nulla fosse successo a fare i suoi gesti, a lanciare le sue esclamazioni, a dare nelle sue escandescenze, a compiere le proprie guappesche prepotenze, a servire, a comandare, a lamentarsi, ridere, gridare, a sfottere e per il trasferimento in altri quartieri e per il diffondersi di un certo irrisorio benessere (era fatale) questa tribù sta diventando un’altra. Finché i veri napoletani ci saranno, ci saranno, quando non ci saranno più, saranno altri (non saranno napoletani trasformati).

I napoletani hanno deciso di estinguersi, restando, fino all’ultimo, napoletani, cioè irriducibili, irripetibili, incorruttibili.”

Avendo potuto osservare a lungo il popolo napoletano, durante le riprese del Decameron, Pasolini ne era rimasto  come  folgorato. Questo scambio con Ghirelli fu poi raccolto in volume e pubblicato col titolo di “Napoletanità”, nel 1976 dalla Società Editrice Napoletana.

Ma il rapporto di Pasolini con Napoli era già iniziato molto prima. Il suo film “Accattone”, del 1961, era infatti stato doppiato dagli attori della compagnia di Eduardo De Filippo e tra l’attore e drammaturgo napoletano ed il poeta friulano nacque una profonda amicizia. Infatti alla metà del 1975 Pasolini inviò ad Eduardo una sceneggiatura per un film da girare insieme. Purtroppo il suo brutale assassinio, avvenuto il 2 novembre di quello stesso anno pose, drammaticamente fine a quella possibilità di collaborare.

All’amico così tragicamente finito Eduardo dedicò dei versi assai toccanti, che qui riportiamo solo in parte:

Non li toccate

Quei diciotto sassi

Che fanno aiuola

Con a capo issata

La “spalleira” di Cristo.

I fiori

Si

Quando saranno secchi,

quelli toglieteli,

ma la “spalliera”

povera e sovrana

e quei diciotto irregolari sassi,

messi a difesa

di una voce altissima

non li togliete più.

 

………………..

 

Penserà la “spalliera”

A darci ancora

La fede e la speranza

Nel Cristo povero.

(1975)

Un’altra collaborazione con un personaggio icona della napoletanità fu quella con Totò. A questi Pasolini chiese di trasformarsi da attor comico ad attore drammatico, per interpretare il film “Uccellaci e uccellini”.

Ed arriviamo infine al fatidico 1975 in cui furono scritti gli articoli, poi raccolti nelle sue “Lettere luterane”. Articoli comparsi sul Corriere della Sera” e su “Il Mondo”, nell’arco di quell’anno.

In quegli articoli l’autore immagina di rivolgersi ad uno scugnizzo napoletano, le cui sembianze potrebbero essere quelle di una delle sculture di Gemito  e che egli immagina chiamarsi Gennariello. Con lui Pasolini parla degli argomenti più vari, dall’aborto alla tolleranza politica, dalla famiglia alla scuola e ed alla televisione. Molti altri erano gli argomenti che avrebbe voluto trattare, ma la sua brutale uccisione mise fine all’esperienza.

Nel primo paragrafo dove l’autore ci descrive come immagina sia il suo interlocutore, ad un certo punto  dice testualmente:

Io sto scrivendo nei primi mesi del 1975 e, in questo periodo, benché sia un po’ di tempo che non vengo a Napoli, i napoletani rappresentano, per me, una categoria di persone che mi sono, appunto, in concreto e, per di più, ideologicamente simpatici.

Essi infatti, in questi anni, e per la precisione, in questo decennio, non sono molto cambiati. Sonio rimasti i napoletani di tutta la Storia. E questo, per me, è molto importante, anche se so che posso essere sospettato, per questo, delle cose più terribili, fino ad apparire un reietto, un traditore, un poco di buono. Ma che vuoi farci io preferisco la povertà dei napoletani al benessere della repubblica italiana; preferisco l’ignoranza dei napoletani alla scuola della repubblica italiana …

Coi napoletani mi sento in estrema confidenza, poiché siamo costretti a capirci a vicenda. Coi napoletani non ritegno fisico perché essi non l’hanno con me. Coi napoletani posso presumere di insegnare qualcosa, perché essi sanno che la loro attenzione è un favore che essi mi fanno. Lo scambio di sapere è dunque assolutamente naturale. Io, con un napoletano, posso semplicemente dire quel che so, perché ho per il suo sapere un’idea piena di rispetto quasi mitico e, comunque, pieno di allegria e naturale affetto. Considero anche l’imbroglio uno scambio di sapere. Un giorno mi sono accorto, che un napoletano, durante un’effusione di affetto, mi stava sfilando il portafoglio: gliel’ho fatto notare ed il nostro affetto è cresciuto.”

Che aggiungere?  Come non sentirsi lusingati, come napoletani, da simili espressioni, profferite da una delle figure più importanti di tutta la scena culturale italiana del XX secolo?

 

 

“Pier Paolo Pasolini” by smalloranges is licensed under CC BY 2.0

 

 

 

 

 

 

 

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