‘O pazziariello, figura di una Napoli scomparsa

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-di Giuseppe Esposito-

Ognuno conosce il detto secondo cui la pubblicità è l’anima del commercio e parimenti ognuno, oggi, è ossessionato dalla invasività che la pubblicità ha raggiunto. Essa straripa da ogni dove, riempie ogni interstizio della nostra vita. Ci assale dagli schermi televisivi e dai cartelloni stradali che deturpano la vista di ogni paesaggio urbano e non. Riempiono le pagine dei giornali e persino i siti internet di cui impediscono talvolta la consultazione. Ma un tempo essa era molto più discreta e si esprimeva informe quasi artistiche. Chiunque eserciti una qualunque attività di tipo commerciale sa che non è sufficiente offrire un buon prodotto, ma bisogna che dell’esistenza di quel prodotto sia posto a conoscenza il pubblico, gli eventuali acquirenti, altrimenti la merce resta invenduta o lo è in maniera non sufficiente a giustificare l’impresa. Ed in passato, come al solito Napoli, anche in questo campo, si è espressa in maniera assai originale, unica, come mai accaduto da nessun’altra parte. La funzione di propaganda, una forma di marketing ante litteram fu assunta da una figura tipica ed irripetibile, il Pazzariello.

Era costui un personaggio che percorreva le vie della città egizia, greca, bizantina, in ogni suo quartiere da Forcella a San Gregorio Armeno, dall’Anticaglia a Sant’Agostino alla Zecca. In ogni vicolo, stradina ed angiporto. Il suo abbigliamento si rifaceva, in maniera caricaturale a quello d’un generale borbonico, con feluca, spadino, camicia con svolazzi e brache al ginocchio, sotto alle quali esibiva calze di colori sgargianti e scarpe nere con la fibbia. In mano il bastone del comando che qualcuno assimilò al tirso bacchico. Al seguito aveva il cosiddetto concertino, composto da musicisti armati di grancassa, putiù, triccaballacche e scetavaiasse, che accompagnavano le sue stralunate filastrocche tese a magnificare i prodotti di questa o quella bottega, di questa o quella cantina.

Era una figura nata nel Settecento ma che ha attraversato tutto l’Ottocento per arrivare fino agli anni Cinquanta del Novecento. Declamava le sue filastrocche scandite dalla musica del concertino con voce straripante:“Uommene, femmene, gruosse e piccerille, nobele e snobele, ricche e puverielle … s’è aperta ‘na cantina nova, dinto a ‘o vico,attaccato a ‘o pustiere, ‘e rimpetto a ‘o pezzaiuolo, addò se venne ‘o vino ‘e Gragnao e ‘o russo d’’o Vesuvio … a doie grana a caraffa … attenziò, battagliò, è ascito pazzo ‘o padrone.

Oppure annunciava che il  prezzo di una pasta  era stato ribassato, pur senza intaccarne la qualità: “È ‘na pasta ‘e sustanza ca ve jenche ‘e ‘ntestine e la panza.”

Del personaggio dette una memorabile interpretazione Totò, nel film “L’oro di Napoli” che De Sica trasse dal libro di Giuseppe Marotta. E quella interpretazione rimane indelebile nella memoria di chiunque abbia assistito alla proiezione di quel film.

Eppure nessuno dei più importanti scrittori napoletani ha mai parlato di questa figura. Né la Serao, né Salvatore Di Giacomo; né Ferdinando, Russo, né Galdieri né Nicolardi: una dimenticanza inspiegabile per una figura così tipicamente napoletana. Per la sua essenza, che riunisce l’arte di arrangiarsi con la creatività innata in questo popolo di Napoli.

Solo Raffaele Viviani nella sua commedia Porta Capuana, dedica al pazzariello una poesia scritta nel 1908. Il pazzariello di Viviani annuncia ad esempio l’apertura di una nuova chianca (macelleria) al Cavone, a ridosso di piazza Dante ed afferma che al proprietario i conti non tornano poiché, suggerisce che la moglie “ ’A maesta donna Vicenza, mette ‘o ghiusto dinto ‘a valanza”, cioè non imbroglia sul peso. Ma nello stesso tempo sa come accattivarsi gli avventori. “ ‘A maesta donna Vicenza s’ggarba ‘e cliente a uno a uno” e gli fa toccare con le mani la carne che: “nun è carne americana, ma è robba paisana, stagiunata,  fresca e sana.

Più avanti lo stesso pazziariello pubblicizza l’apertura di una nuova cantina da parte della Sie Stella. Ma non basta che il vino sia buono, occorre anche che la padrona sia avvenente e Stella lo è al punto tale che al solo vederla ci si sente già ubriachi. Inoltre sa come mostrare certe parti del corpo che inebriano i clienti e come dice Viviani mostra “Nu poco ‘e ciacella” alla cui vista i clienti avvertono una acquolina in bocca o, con le parole di Viviani: “Ognuno fa ‘na sputazzella”. Il vino però è genuino, no  si imbroglia dalla sie Stella ed i clienti mai troveranno : “’o vino ammisturato o ‘a birra svapurata oppure ‘a gassosa sfiatata.”

Come non concludere con tanti di quegli autori per i quali Napoli è un eterno teatro. Oppure con le parole di Eduardo: Napule è nu paese curiuso /È nu teatro anico sempe apierto./Ce nasce gente ca, senza cuncierto,/scenne p’’e strate e sape recità.

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