Nicola Abbagnano, il padre dell’esistenzialismo italiano nato a Salerno

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-di Giuseppe Esposito- L’esistenzialismo: il suono di questa parola evoca in noi, immediatamente l’immagine di una Parigi d’altri tempi. La Parigi dei caffè letterari, delle gallerie d’arte. La Parigi affollata di pittori e musicisti americani. Quella dei locali famosi quali La Coupole, il Dôme, la Rotonde o il Café de Lilas, preferito da Hemingway. La Parigi nelle cui strade potevi incontrare Picasso vestito da torero, Marcel Duchamp, Man Ray, Laius Aragon, Paul Elouard, Ezra Pound, Matisse o Braque.

La Parigi del Quartiere Latino, di Saint Germaine o di Montparanasse. La Parigi di Maigret immortalata  da Simenon, ma soprattutto la Parigi in cui seduti al tavolino del Café Bec de Graz potevi vedere Jean Paul Sarte e Simone de Beauvoir. Quella del Café de Flore o del Les deux magots o della Brasserie Lipp. La Parigi di Boris Vian o di Juliette Greco che fu definita la musa degli esistenzialisti. Oggi quella Parigi non esiste più, ma basta pronunciare quella parola Esistenzialismo, per evocarla, e tirarsi addosso una densa nube di nostalgia.

L’esistenzialismo è stata una corrente di pensiero che ha influenzato diversi campi culturali e sociali quali la filosofia, la letteratura e l’arte, oltre che il costume. Il nucleo principale, il cardine di ogni riflessione era, per gli esistenzialisti, l’esistenza umana. Sia quella individuale che quella collettiva. Il pensiero esistenzialista si opponeva alle correnti di pensiero di tipo totalizzante ed assoluto.

L’esistenzialismo nacque tra il secolo XVIII ed il XIX. Ma trovò il suo più rigoglioso sviluppo nel corsi del XX secolo, nel corso del quale ebbe particolare diffusione tra la fine degli anni Venti ed i Cinquanta. I primi nomi che vengono alla mente, quando si parla di esistenzialismo sono quelli di Kierkgaard, di Nietzsche, di Dostoevschij e di Sartre. Autori in bilico tra filosofia e letteratura. In tutte le loro opere si ritrova l’analisi della condizione del valoro dell’individuo, della sua precarietà, dell’insensatezza e del vuoto intrinseci alla condizione dell’uomo moderno. Si pone l’accento sulla sua solitudine di fronte alla morte, a causa di un mondo divenuto estraneo ed ostile.

L’esistenzialismo nasce come reazione alle posizioni di quelle correnti di pensiero come il positivismo ed il razionalismo. Le posizioni di quelli che sono considerati come i maggiori esponenti dell’esistenzialismo, sono tra loro discordanti. Alcuni di lor come Heidegger e Jaspers rifiutarono di essere inquadrati come esistenzialisti, definizione da cui si sentivano sminuiti e ingabbiati troppo rigidamente; altri invece come Sartre e Simone de Beauvoir si fecero alfieri del movimento. È rimasta famosa la conferenza di Sartre dal titolo: “L’esistenzialismo è un umanismo” con la quale il termine di esistenzialismo entrò nel lessico filosofico ed in quello comune.

Un momento importante per la sua evoluzione fu la presa di coscienza degli orrori della prima guerra mondiale e la crisi conseguente  della coscienza degli intellettuali europei.

Nel secondo dopoguerra a ricevere le maggiori attenzioni fu l’esistenzialismo di Sartre, che si fuse con il marxismo ed il materialismo storico da lui abbracciati. Quello di Heidegger essendo stato messo in cattiva luce dalla sua connivenza col nazismo, fu piuttosto ignorato. Heidegger sarà poi rivalutato alla fine degli anni Sessanta. Seguaci del pensiero di Sartre furono diversi autori come Camus, Marleau-Ponty e Rayond Aron, che appartenevano alla sua cerchia. Fuori da quel circolo troviamo invece Emil Cioran, Emanuele Saverino e Nicola Abbagnano che fu il fondatore dell’esistenzialismo italiano.

Nicola Abbagnano nacque a Salerno il 15 luglio del 1901, in una famiglia della borghesia intellettuale della città. Suo padre era avvocato. Studiò a Napoli dove, nel 1922 si laureò sotto la guida di Antonio Aliotta La sua tesi di laurea fu l’origine della sua prima pubblicazione intitolata: Le sorgenti irrazionali del pensiero. Dopo la laurea insegnò filosofia nel liceo classico Umberto I. Ebbe poi l’incarico di Pedagogia e Filosofia presso l’Istituto di Magistero Suor Orsola Benincasa dal 1927 al1936. Furono gli anni in cui collaborò con la rivista Logos, diretta dal suo maestro Aliotta e poi ne divenne segretario di redazione.

Nel 1936 ottenne la cattedra di Storia della Filosofia, presso l’Università di Torino, prima alla facoltà di Magistero e poi, dal 1939 e fino al1976 alla Facoltà di Lettere e Filosofia.

Alla fine della guerra fondò il Centro Studi metodologici. Nel 1950, insieme a Franco Ferrarotti fondò invece i Quaderni di Filosofia. Insieme a Norberto Bobbio fu condirettore della Rivista di filosofia.

Tra il 1952 ed il 1960 fu l’ispiratore del gruppo di neoilluminismo. Organizzò numerosi convegni tesi alla costruzione di una filosofia aperta agli influssi del pensiero filosofico straniero.

Dal 1964 collaborò col quotidiano di Torina “La Stampa”. Nel 1972 si trasferì a Milano ed abbandonò la collaborazione col quotidiano torinese. Iniziò invece una collaborazione col “Giornale”  di Montanelli. A Milano fu eletto prima Consigliere e poi Assessore alla Cultura del Comune. Si spense il 9 settembre 1990 e fu sepolto nel cimitero di Santa Margherita Ligure, dove andava a trascorrere, ogni anno, le sue vacanze.

La sua produzione del periodo napoletano, influenzata dal suo maestro Aliotta, si pone nel solco della polemica antidealistica. Dopo il suo trasferimento a Torino, il suo interesse si appuntò sullo studio dell’esistenzialismo. Movimento che stava interessando in quel momento buona parte degli intellettuali italiani.

Abbagnano elaborò una sua versione originale di quel pensiero fissata nel volume “La struttura dell’esistenza” che fu pubblicato nel 1939 ed ebbe una larghissima eco. Seguirono poi “Introduzione all’esistenzialismo” del 1942. Seguirono poi una serie di saggi raccolti in “Filosofia, religione e scienza” del 1947 ed in “Esistenzialismo positivo” del 1984.

Il suo ruolo fu preminente nel dibattito sull’esistenzialismo che ebbe luogo, nel 1943, sulla rivista della fronda fascista, facente capo a Giuseppe Bottai e dal titolo di “Primato”.

Nel primo dopoguerra si avvicinò al pragmatismo americano di John Dewey, in cui scorgeva un esistenzialismo libero delle implicazioni negative che vedeva in Heidegger e Sartre. In Dewey scorgeva un nuovo clima filosofico che definì, in un suo articolo del 1948, “Nuovo illuminismo”.

Quell’atteggiamento lo spinse negli anni Cinquanta a interessarsi di scienza e sociologia. Contemporaneamente portò avanti il tentativo di definire lo sviluppo di quello che aveva chiamato neoilluminismo.

I saggi relativi a quel periodo e a quegli interessi furono raccolti in “Possibilità e libertà” del 1950 e in “Problemi di sociologia” del 1959, oltre che in “Dizionario filosofico” del 1961.

Accanto ai saggi, Abbagnano pubblicò, nel corso delle sua lunga carriera accademica una serie di monografie storiche di cui ricordiamo “Il nuovo idealismo inglese e americano” del 1927, “La filosofia di Meyersan e la logica dell’identità” del 1929 e “Guglielmo d’Occam” del 1931. Ma la sua più poderosa opera storica fu la Storia della Filosofia, pubblicata dalla UTET dal 1946 al 1950.

La produzione degli ultimi decenni, a partire dagli anni Sessanta è costituita essenzialmente dagli aricoli pubblicati su LA Stampa e sul Giornale. Articoli che furono poi raccolti in “Per o contro l’uomo” del 1968; Fra il tutto ed il nulla” del 1973; Questa pazza filosofia” del 1979 ed infine “la saggezza della filosofia” del 1987, uscito alcuni mesi prima della morte.

Un intellettuale di così grande spessore, uno degli ultimi grandi filosofi italiani, nacque  a Salerno e la cosa è ignota moltissimi, ivi compresi gli stessi salernitani.

File:Nicola ABBAGNANO Accademia Scienze Torino.jpg” by Unknown author is licensed with CC BY-SA 4.0. To view a copy of this license, visit https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0

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