Napoli e gli Alpini

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-di Giuseppe Esposito-

A chi potrebbe mai venire in mente di associare gli Alpini a Napoli? A nessuno, probabilmente, cosa può mai legare la fanteria di alta montagna con una città nota per il suo clima mite, il suo mare e nella quale la maggiore delle alture è la collina dei Camaldoli che si eleva alla modesta altezza di 427 metri sul livello del mare?

Quando si pensa agli Alpini vengono in mente i paesaggi rocciosi, sovente innevati, agli antipodi delle visioni intessute d’azzurro della città sotto il Vesuvio. Eppure il legame tra queste due realtà antitetiche esiste e risale alla genesi stessa del corpo di fanteria da montagna.

Il Corpo degli Alpini nacque alcuni anni dopo l’Unità d’Italia. All’epoca si pose mano alla riforma dell’esercito sul modello di quello prussiano e tale riforma fu portata avanti dal generale e ministro della guerra, Francesco Ricotti. La teoria in vigore allora, sulla difesa dei confini settentrionali d’Italia su cui incombevano, ad est, l’impero austro-ungarico e ad ovest la Francia, con la quale i rapporti diplomatici erano spesso problematici, sosteneva che la difesa dei valici di confine non poteva essere attuata ad alta quota. Il compito era da affidare a baluardi fortificati posti nella Pianura Padana, dopo cioè che il nemico era penetrato a fondo nel territorio nazionale.

Tale visione non era condivisa da Giuseppe Perrucchetti, capitano di Stato Maggiore che nel 1871 presentò uno studio avente come titolo: “Considerazione sulla difesa di alcuni  valichi alpini e proposta di un ordinamento militare territoriale della zona alpina.” In esso il Perrucchetti riprendeva uno studio precedente del generale Agostino Ricci il quale sosteneva il principio che la difesa alpina dovesse essere affidata a gente di montagna.

L’idea di un corpo di fanteria di montagna fu subito condiviso da Quintino Sella che nato a  Sella di Mosso, ai piedi delle Prealpi biellesi era un alpinista appassionato e fu il fondatore, il 23 ottobre 1863 del CAI, il Club Alpino Italiano. Egli in qualità di Ministro delle Finanze dette il suo appoggio determinante all’idea della creazione di un corpo di fanteria di montagna i cui uomini fossero reclutati tra gli abitanti delle zone alpine.

Alla fine il progetto che prevedeva la nascita del nuovo corpo militare fu accettata dallo Stato Maggiore dell’Esercito ed inserita in un decreto da sottoporre alla firma del Re. Al momento in cui gli fu sottoposto il Regio Decreto n. 1056, Vittorio Emanuele II si trovava a Napoli e lì la firma fu apposta.

Possiamo dunque affermare che la nascita del Corpo degli Alpini avvenne sulle sponde del golfo, ai piedi del Vesuvio.

Ma le coincidenza non si fermano qui, infatti il copricapo adottato deriva dalla foggia dei cappelli calabresi adorni anch’essi di una lunga penna nera ed ancora va rilevato che una delle canzoni più famose tra gli alpini è, anch’essa, di origine napoletana. Essa risale alla metà del Cinquecento. In quell’epoca Odet de Foix, conte di Lautrec venne a porre l’assedio a Napoli, ma vista la tenace resistenza degli assediati, ebbe un’idea, in apparenza geniale. Ordinò di interrompere le condotte dell’acquedotto della Bolla che riforniva la città, avvenne però che le acque si sparsero nei terreni intorno agli accampamenti e crearono degli acquitrini, da cui, con il caldo dell’estate, insorse una violenta pestilenza che causò la morte, oltre che di moltissimi uomini, anche del generale.

Il suo luogotenente, il marchese di Saluzzo a capo delle truppe di rinforzo, fu fermato ad Aversa ed i suoi uomini, nell’attesa di essere rimpatriati, trascorsero un lungo periodo nei Quartieri Spagnoli di Napoli. Lì impararono molte canzoni popolari. Una tra queste era una melodia cantata dalle lavandaie napoletane che divenne poi la base di quella “Ballata del marchese di Salluzzo”, la quale tramandatasi oralmente nei corpi militari alpini si è trasformata nella melodia che ancora viene cantata dai soldati del nord.

Ma ancora v’è un ‘altra cosa che lega Napoli agli Alpini. “La Canzone del Piave”, quella che divenne l’inno della vittoria nella Grande Guerra, del nostro esercito, guidato da Armando Diaz, napoletano anch’egli, fu scritta da E- A. Mario, compositore, ça va sansa dire, napoletano. E questa canzone è suonata ancora oggi ad ogni Adunata degli Alpini. Esiste dunque, anche se inaspettato un reale rapporto tra due realtà, in apparenza così lontane. Scherzi della Storia.

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