Mala tempora…

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di Giuseppe Esposito-

Tra qualche giorno sarà il mio compleanno e, come avviene di solito in queste occasioni, la memoria è stata risucchiata dal ricordo di altre primavere. Quelle degli anni Cinquanta e Sessanta, nelle quali sono cresciuto.

È forse inevitabile questa operazione nostalgia e sebbene non sia affatto salutare indugiarvi è altrettanto difficile sottrarvisi. Tra i ricordi, ammantati di malinconia, ecco affiorare il cortile assolato di via Zara, in una mattinata estiva. Le scuole chiuse e noi ragazzi a sciamare in cortile, intenti ai giochi semplici di allora. Dentro mi prende la sensazione di vuoto legata al ricordo di quanti mi hanno lasciato, ma anche riaffiorano alla mente ricordi di avvenimenti che hanno segnato profondamente quel tempo. Uno fra tutti, quello dei Giochi della XVII Olimpiade, quella di Roma, del 1960. L’ultima di un’era romantica, secondo la definizione dello scrittore americano David Maraniss. Un’epoca ispirata ad una concezione aristocratica e non professionistica dei Giochi. Dopo hanno fatto irruzione nello sport gli sponsor, la tecnologia e il doping che lo  hanno snaturato in maniera irreversibile.

I personaggi di quella favolosa estate sono scolpiti indelebilmente nella memoria. Ecco Livio Berruti tagliare il traguardo dei 200 m piani che gli valse la medaglia d’oro. Ecco la gazzella nera Wilma Rudolph che affascinò gli italiani con la sua grazia ed ecco il nuotatore napoletano Fritz Dennarlein conquistare il quarto posto nei 100 metri a farfalla. Ed ecco infine l’atleta che rappresentò la riscossa dei paesi ex colonie, Abebe Bikila che vinse la Maratona, correndo a piedi nudi. Davvero un’altra epoca. Ecco forse quell’ anno e quei Giochi di Roma possono essere considerati come il discrimine tra un’epoca felice, ma ormai tramontata e quella che ci troviamo a vivere oggi, afflitta da innumerevoli problemi.

I ragazzi che affollavano il cortile di via Zara appartenevano alla schiera di quelli che furono definiti baby boomers. Erano tutti nati tra il ’46 ed il ’50, cioè immediatamente dopo la fine della guerra. In quegli anni l’Italia conosceva il boom economico ed anche i più poveri potevano sognare il riscatto. L’istruzione rappresentava la molla che muoveva quello che fu definito l’ascensore sociale. Un concetto ormai privo di senso. I partiti di quella che fu definita sinistra ancora rappresentavano gli interessi dei più poveri ed avevano una loro visone del mondo.

Oggi tutto è cambiato e finanche le parole hanno perso il loro significato. Quella visione dei vecchi partiti è oggi sprezzantemente definita ideologia e relegata tra le anticaglie del secolo breve.

In luogo del boom demografico ci troviamo oggi a confrontarci con la denatalità ed immersi nel fenomeno inquietante della cosiddetta globalizzazione. Le identità nazionali sono vilipese e accusate di essere inutili orpelli del passato. In cambio ci propongono una visione del mondo che nessuno riesce a comprendere e ad accettare. I partiti odierni, privi di ogni collegamento con la vita dei comuni cittadini, si nascondono ancora dietro la vecchia definizione di sinistra, ma hanno completamente cambiato anima. Oggi sembra essere non più paladini delle istanze dei più poveri, ma al servizio di una visione del mondo retta da una finanza transnazionale che ha consegnato il controllo della nostra vita ad una ridotta minoranza di ricchi (qualcuno stima tale minoranza intorno all’ un per cento della popolazione mondiale).

Alla denatalità indotta dalle conseguenze di una crisi economica indotta dagli interessi di quella minoranza di potenti si suggerisce come rimedio la sostituzione della popolazione locale con la deportazione di popolazioni che nulla hanno a che vedere con la cultura del paese. La classe operaia è stata cancellata da questo nuovo modo di controllare l’economia mondiale e quei pochi che ancora si possono definire lavoratori sono supersfruttati e sotto pagati. Ridotti ad una precarietà che gli impedisce ogni speranza nel futuro. Quello che con termine anglofono, viene definito il welfare state è stato smantellato e ed il futuro appare ai più come un enorme buco nero in cui prima o poi tutti saremo inghiottiti.

Un signore che risponde al nome di David Rockfeller, di fronte all’assemblea delle Nazioni unite, tenne nel 1994, un discorso in cui indicava l’incremento demografico della popolazione mondiale come il più grande dei problemi d affrontare. Nel suo discorso ebbe a dire ad un certo punto che: “Quelle innovazioni che stanno apportando miglioramenti delle condizioni di vita degli esseri umani, stanno, al contempo, creando nuovi problemi che sono alla base di un disastro allarmante e catastrofico per la biosfera nella quale viviamo.” Posiamo allora ipotizzare che la denatalità, almeno nei paesi occidentali sia stato un fenomeno indotto volutamente attraverso la rarefazione del lavoro e dallo smantellamento del welfare state.

Invece di focalizzarsi sulle cause vere della denatalità si offre come soluzione allo spopolamento delle aree la sostituzione della popolazione locale con la deportazione di popolazioni che con la cultura locale non hanno nulla da spartire. Si condannano le vecchie ideologie, la vecchia visione del mondo come reperto del secolo passato e le popolazioni sono viste da coloro che detengono le leve del potere finanziario come immense greggi da assoggettare e sfruttare.

Il nostro paese è soggetto ad un declino che appare come oramai irreversibile, dopo che negli immediatamente seguenti al conflitto mondiale era riuscito a raggiungere la settima posizione tra i paesi industrializzati del mondo.

Il cosiddetto globalismo, funzionale alle strategia di quella minoranza al potere è stato imposta come nuovo credo alla popolazione. Nessuno osa insorgere contro questa perversa visione dell’economia e della gestione della vita delle popolazioni. Quei pochi che osano sono tacciati di antimodernismo, o di essere dei pericolosi sovversivi dell’ordine da tutta l’informazione in gran parte asservita alla volontà di coloro che in questo nostro mondo sono in grado di incidere sul nostro futuro e sulle nostre condizioni di vita. Tuttavia l’esigenza di ribellarsi a questa nuova tirannia diventa sempre più improcrastinabile se non si vuole giungere al punto di non ritorno.

Appelli del genere, che pure, di tanto in tanto si sentono, non vanno lasciati cadere nel vuoto. Oppure dobbiamo ritenere che occorra conformarsi al detto latino “Mala tempora currunt, sed peiora parantur”? Io credo di no e che si sia ancora in tempo per mirare ad un nuovo tipo di civiltà. Questo alla soglia delle mie settantadue primavere.

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