Il racconto della domenica

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L’ultimo dei Napoletani- di Giuseppe Esposito-

Uno dei personaggi più noti, nella Napoli della seconda metà dell’Ottocento, fu, senza dubbio Francesco Proto, duca di Maddaloni. Nacque nel 1821 da Donato, duca di Albamonte e da Clorinda Carafa, da cui ereditò il titolo di duca di Maddaloni. Come tutti i giovani della sua condizione fu avviato agli studi classici cui si applicò con risultati eccellenti. Si avvicinò alla politica nei primi anni Quaranta e prese parte alle manifestazioni popolari tese ad ottenere dal re la costituzione o, quanto meno una svolta liberale. Fu arrestato ma poi liberato. Quando nel 1848 Ferdinando II di Borbone concesse la costituzione si arruolò nella guardia nazionale. Fu eletto al Parlamento Napoletano come deputato di Casoria. Purtroppo l’avventura costituzionale napoletana sfociò poi in una feroce repressione seguita alla sua  abrogazione. Il duca costretto all’esilio potè rientrare in patria solo cinque anni dopo, graziato dal re. Nel 1860 accusato di aver cospirato a favore di del figlio di Murat, Luciano, lo ritroviamo in esilio. Ma nel 1861 rientrò a Napoli appena dopo l’ingresso di Garibaldi nella ex capitale del Regno. Si avvicinò alle posizioni del governo e fu eletto nel nuovo Parlamento Italiano. Ma la condotta dei piemontesi in tutte le regioni meridionali lo indignarono ed il 20 novembre del  1862 presentò una Mozione in cui denunciava i metodi adottati dal governo che aveva avviato una terribile repressione di ogni forma di protesta nelle terre dell’ex Regno delle due Sicilie, chiedendo la convocazione di una Commissione Parlamentare d’inchiesta.

In quella sua mozione affermava ad un certo punto:

Gli uomini di Stato del Piemonte ed i partigiani loro hanno corrotto nel Regno di Napoli quanto vi rimaneva di  morale. Hanno spogliato il popolo delle sue leggi, del suo pane, del suo onore … e lasciato cadere in discredito la giustizia. Hanno dato l’unità al paese, è vero, ma lo hanno reso servo, misero, cortigiano, vile. Contro questo stato di cose il paese ha reagito. Ma terribile ed inumana è stata la reazione di chi voleva far credere di avervi portato la libertà. Pensavano di poter vincere col terrorismo l’insurrezione, ma con il terrorismo si crebbe l’insurrezione e la guerra civile spinge ad incrudelire e ad abbandonarsi a saccheggi e opere di vendetta. Si promise il perdono ai ribelli, agli sbandati, ai renitenti. Chi si presentò fu fucilato senza processo. I più feroci briganti non furono da meno di Pinelli e Cialdini.

Fu uno scandalo e dopo una settimana di pressioni politiche e giornalistiche, il duca si dimise. La sua mozione respinta dal governo fu pubblicata nelle maggiori città italiane ed uscì tradotta a Parigi, a Londra, a Vienna e a Bruxelles. Ritornato a Napoli il Proto si ritirò dalla vita politica  divenne il protagonista dei salotti napoletani.

Fu autore di una serie di epigrammi che costituirono una vivida rappresentazione della società dell’epoca. Furono raccolti in volume e pubblicati, dopo la sua morte, da Salvatore Di Giacomo con una sua prefazione.

Quando si spense, il 25 aprile del 1892, Achille Torelli, nel suo necrologio su Il Mattino ebbe a definirlo definirlo “L’ultimo dei napoletani”. In riferimento, forse, al fatto che fu l’ultimo napoletano che, anche se per poco tempo, continuò a battersi contro le ingiustizie di una Unità basata sul sangue del Sud.

Possiamo dire che fu colui che evocò per primo una questione meridionale, prima che l’insieme dei problemi che affliggevano il meridione post unitario, fosse così definito da Giustino Fortunato.

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