Lo sfortunato antesignano napoletano di tutti i giallisti: Francesco Mastriani

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-di Giuseppe Esposito

Il caffè fece la sua prima apparizione a Napoli nel corso del XVIII  ed era servito in  un gran numero di locali che ricordavano quelli diffusi ad Istanbul e nella Turchia tutta, avevano cioè l’impronta del caffè letterario. Le caffetterie turche erano assai antiche ed alcune risalivano addirittura al XVI secolo; presso la Sublime Porta esse erano il punto di incontro di pensatori ed intellettuali e, spesso, di giocatori di scacchi.

La stessa impronta ebbero i locali sorti a Napoli, erano cioè locali dove ci si recava per degustare la nera bevanda, ma anche luogo di incontro di artisti, scrittori e giornalisti.

Questo tipo di locale incontrò un successo enorme e nella Napoli del XIX secolo si arrivò a contare più di cento caffè, di cui più di trenta nella sola via Toledo che era, allora, l’arteria principale della città.

In uno di quelli più frequentati del tempo, cioè il Caffè Aceniello, posto accanto alla Porta San Gennaro,  era, praticamente di casa lo scrittore Francesco Mastriani, autore con cui la sorte fu particolarmente matrigna.

Sebbene avesse dato alla luce, infatti, più di cento romanzi, oltre a novelle e opere teatrali fu costretto a vivere sempre in povertà.

Scontò in parte l’aver vissuto a cavallo del mutamento di regime imposto dall’annessione del sud al Piemonte, evento assai magnificato nella storiografia prevalente che nasconde tutti i guasti che l’evento stesso provocò alle regioni meridionali e che furono alla base della nascita di quella che fu chiamata Questione meridionale, ancor oggi irrisolta.

Era stato, il nostro Mastriani collaboratore de “Il giornale delle Due Sicilie” organo ufficiale del regno borbonico. Vi era approdato dopo aver collaborato con riviste minori quali Il Pungolo, Il Sibilo, Il lume a gas, e La Rondinella.

Questo suo legame col giornale più importante del caduto regime gli valse la contrarietà di uno dei personaggi più importanti, nel campo della letteratura del tempo, cioè di quel Francesco De Sanctis che fu anche Ministro della Pubblica Istruzione del neonato Regno d’Italia. Nei riguardi del Mastriani il giudizio del De Sanctis fu più di natura politica che di merito. Ma il suo giudizio influenzò anche altri critici del tempo come Petruccelli della Gattina, il napoletano Federico Verdinois e più tardi Gina Algranati che si spinse a scrivere dello scrittore napoletano, che: “Mastriani non giunse mai all’arte e l’oblio cui è stato abbandonato, dopo la morte, è la prova del fatto che ciò che non è bellezza non si perpetua.”

Vi fu tuttavia chi ebbe di Mastriani un giudizio assai positivo. Fu il caso della scrittrice americana, Jessie White Mario, che dimorò a Napoli per alcuni anni e su Mastriani scrisse nel suo “La miseria in Napoli”, del 1877 : “Chi vuole apprezzare i lavori di Mastriani, deve prima vedere Napoli, poi leggerli; sennò  chiuderà i suoi libri dicendo – Queste sono esagerazioni di un romanziere che sogna la rivoluzione. – Dopo aver visto coi propri occhi esclamerà mestamente che egli ha scritto la verità. E neanche tutta la verità.”

Perché Mastriani la verità della condizione delle classi più umili la conosceva bene, per esperienza diretta e di Napoli conosceva ogni anfratto, ogni fondaco, ogni vicolo ed ogni suo abitante.  Per convincersi della giustezza del giudizio della White Mario basterebbe leggere alcuni dei suoi romanzi quali “I vermi”, del 1863, “Ombre” del 1868 e “I misteri di Napoli” del 1870, cioè i romanzi che formano la cosiddetta trilogia socialista. In essi la miseria e la camorra sono i veri protagonisti.

Ma anche la Serao, che in un certo qual modo raccolse il testimone del romanzo popolare, quello che all’epoca era definito feuilleton, scrisse bene di lui, nel necrologio pubblicato su “IL Giornale di Napoli”. In quell’articolo donna Matilde dava ragione al suo concittadino per aver reclamato a sé il merito di aver inventato il romanzo verista assai prima dello stesso Emil Zola, acclamato universalmente come il padre della letteratura verista e molto prima di tutta la schiera dei veristi nostrani, da Verga alla Deledda, da Fucini a Imbriani e a De Marchi.

In una intervista concessa dai discendenti dello scrittore Rosario ed Emilio Mastriani alla testata “Historia Regni” il secondo di essi attribuisce l’emarginazione del loro avo anche al suo carattere schivo che gli impedì sempre la frequentazione dei Circoli letterari e la partecipazione a convegni e conferenze. Egli, insomma, dava l’impressione di essere uno snob che evitava la comagnia dei suoi colleghi letterati.

In realtà il suo vivere appartato era dovuto alla sua povertà che lo costringeva a lavorare instancabilmente per cercare di raggranellare il necessario per mantenere la famiglia, accettando anche una serie di lavori scarsamente remunerati.

Ma oltre ad essere stato antesignano del verismo, un altro merito va ascritto al nostro autore, ed oggi gli è universalmente, quello cioè di essere stato, per così dire l’inventore di un genere che oggi va per la maggiore, quello del romanzo poliziesco, ovvero del giallo.

Tale è, infatti, il romanzo “Il mio cadavere”, scritto nel 1851. Esso è giudicato da molti critici di oggi un romanzo bellissimo e facile da leggere, sebbene siano passati così tanti anni dalla sua prima uscita.

Esso anticipa di quasi mezzo secolo quelli di Cona Doyle che per il suo personaggio di Sherlock Holmes è da tutti ritenuto il padre del romanzo poliziesco. Per non parlare poi del poliziesco italiano affermatosi verso la fine degli anni Venti e che grazie a colore dei volumi pubblicati da Mondadori prese il nome di giallo.

Eppure nonostante così tanti meriti Mastriani fu costretto a menare una vita assai grama fino al giorno della sua morte.

Era nato a Napoli il 23 novembre 1819 in via Concezione a Montecalvario 52, da Filippo e da Teresa Cava. Era la sua una famiglia della buona borghesia napoletana e conduceva una vita agiata nonostante la numerosa prole. Suo padre aveva infatti avuto due figli da una relazione recedente e sette da Teresa, Francesco era il terzo dei figli di secondo letto.

Dimostrò fin da piccolo una spiccata preferenza per la letteratura, osteggiata dal padre che lo costrinse, alla morte della madre, ad accettare un impiego presso la Società Industriale Partenopea di Carlo Filangieri. Alla morte del padre, però Francesco si dedicò completamente al giornalismo ed alla letteratura. Ma la fortuna gli fu costantemente ostile. I suoi romanzi non vendevano tanto da permettergli di mantenere la famiglia ed egli fu costretto ad accettare di continuo dei lavori sporadici e assai poco remunerati. Era preso nel circolo vizioso della povertà e non riuscì mai a venirne fuori. Per queste ristrettezze del bilancio familiare fu costretto ad affrontare nel corso della vita più di venti traslochi. La sua condizione lo avvicinò sempre più alle classi meno abbienti della città ed egli ne divenne il loro portavoce nella rappresentazione che ne dava nelle sue opere.

La sua vita fu funestata anche da numerosi lutti. Il colera del 1836 gli aveva già portato via due figli e nell’ultimo scorcio della vita morirono ancora altri tre figli, ivi compresa Sofia, la sua primogenita.

Morì nel suo ultimo domicilio posto sulla Penninata San Gennaro dei Poveri, quasi a ribadire per sempre la sua costante condizione di vita. E l’indigenza della famiglia era tale che gli amici dovettero fare una colletta, per aiutare la vedova a pagare le spese del funerale.

Se fosse nato a Parigi o in un’altra città del nord il nostro Mastriani  per la sua capacità e la sua prolificità di scrittore sarebbe diventato ricco. La sote lo  volle invece eternamente povero. Ben si comprende, dunque, la frase che egli mise in una delle sue ultime opere: “Che somma sventura è nascere a Napoli”.

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