L’esercito sabaudo, i loro lager e la denuncia di Francesco Proto, duca di Maddaloni

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-di Giuseppe Esposito-

Montefalcione, Montemiletto, Montecilfone, Somma Vesuviana, Auletta, Casalduni, Pontelandolfo, Scurcola Marsicana, Arcocello, Valle dell’Agnone, Piedimonte d’Alife, Monaco di Gioia, Castellammare del Golfo, Fontanella di Campo.

Quello che precede non è un semplice elenco di località dell’Italia meridionale, ma sono le stazioni di una profana e sanguinosa via crucis, patita, tra il 1860 ed il 1870 dalle province dell’ex Regno delle Due Sicilie ad opera dell’esercito piemontese. Esso represse ferocemente ogni tentativo delle popolazioni meridionali di opporsi all’invasione del proprio paese. Quell’esercito che qualcuno ha poi voluto rappresentare come liberatore fu invece un crudele strumento di reazione contro chi si ribellava a coloro che avevano aggredito un paese pacifico, prendendo le armi contro di esso, senza nemmeno aver presentato una dichiarazione di guerra. Un’aggressione banditesca, brutale e sanguinaria, sotto gli auspici di inglesi e francesi.

Quell’esercito lasciò lungo le tappe di quella via crucis migliaia di morti, paesi rasi al suolo e migliaia di famiglie ridotte in miseria. Alla truppa fu lasciata libertà di saccheggio e di stupro. Alcuni storici, allineati alla versione dei vincitori, quali il romano Francesco Perfetti e il torinese Alessandro Barbero sostengono che le stragi sono  nient’altro che invenzioni  della propaganda filoborbonica. Ma le testimonianze a favore di una nuova  versione dei fatti non mancano. I piemontesi si comportarono al sud allo stesso modo di quello che fecero i tedeschi durante il secondo conflitto mondiale, ad esempio a Marzabotto oppure al modo in cui si sono comportati marines americani in Iraq o addirittura i serbi nel Kosovo contro la popolazione albanese.

Si pensi che lo stesso Garibaldi, che si era prestato alle macchinazioni piemontesi appoggiate da inglesi e francesi, qualche decina di anni dopo la sua famigerata spedizione, scrisse un suo libro, dal titolo, “I Mille” in cui si scaglia duramente contro Vittorio Emanuele II ed il suo governo, che egli chiama sabaudo invece ce italiano.

Si era reso conto, infatti, che dietro l’appoggio di Cavour e del re alla sua impresa sciagurata, non vi erano motivi ideali, ma solo calcoli e convenienze materiali. Lo stato sardo era pesantemente indebitato a causa delle sue spese militari ed aveva messo gli occhi sul denaro del Regno delle Due Sicilie. In definitiva Garibaldi si era pentito di aver abbandonato i suoi ideali repubblicani e di aver contribuito alla conquista del sud da parte dei piemontesi. In quel volume infatti si dichiara pentito di aver favorito l’unità d’Italia con l’aiuto del diavolo, ove con quel termine vuole indicare tutti quegli uomini corrotti ed assai poco raccomandabili che avevano favorito l’avanzata delle sue camicie rosse. In primis si riferisce a quel Liborio Romano che era sceso a patti con la camorra e che aveva alterato il libero svolgimento del referendum per l’annessione. In merito all’operato del nuovo governo nei confronti dei meridionali afferma:

E questo governo sedicente riparatore, fa egli meglio degli altri? Egli poteva farlo! Doveva farlo! Ma che! Nemmen per sogno; coteste ardenti, buone popolazioni che con tanto entusiasmo avevan salutato il giorno del risorgimento e dell’aggregazione alle sorelle italiane sono oggi sì ridotte a maledire coloro che, con tanta gioia, un giorno avean chiamato liberatori!”

Ma non fu la sua l’unica voce che si levò per condannare l’operato sabaudo nel Mezzogiorno d’Italia e la sua piemontesizzazione. Nel Parlamento di Torino un deputato ex garibaldino paragonò le stragi dei piemontesi a quelle di Tamerlano, di Gengis Khan o di Attila. Con la legge Pica fu dichiarato lo stato d’assedio in tutto il meridione e furono sospese tutte le garanzie costituzionali degli abitanti delle regioni del sud. Furono distrutti ben 51 paesi e l’ex Regno delle Due Sicilie fu invaso da 120000 uomini in arme dell’esercito al comando di generali sanguinari quali Pinelli o Cialdini, che considerava i meridionali poco più che delle scimmie e la cui efferatezza spaventò addirittura il governo di Torino che decise di sostituirlo con La Marmora.

Un altro deputato ebbe a dire ufficialmente in Parlamento che era costretto a tacere su quanto avveniva nelle regioni del sud perché la verità avrebbe fatto inorridire l’Europa intera.

Ripetute furono le denunce dei campi di concentramento creati al nord per richiudervi i meridionali e per lasciarveli morire. Il più terribile di tali lager è la sinistra fortezza di Fenestrelle in cui furono richiusi migliaia di ex soldati borbonici che non vollero rinnegare il giuramento alla propria bandiera e al proprio sovrano e che tra quelle mura furono lasciati morire per il freddo e gli stenti.

Il nuovo governo arrivò ad imporre solo ai meridionali una nuova tessa che doveva coprire le spese di guerra sostenute dai piemontesi per la conquista del sud.

Una delle denunce più vibranti fu quella presentata da Francesco Proto, duca di Maddaloni. Egli era stato eletto, nel nuovo parlamento italiano, quale deputato di Casoria. Erano passati appena 558 giorni dall’entrata di Garibaldi a Napoli e le province meridionali avevano dovuto già assistere inermi alla distruzione di paesi, opifici ed allo spettacolo di famiglie costrette a spostarsi perché private del loro sostentamento.

In conseguenza della scellerata politica del governo, il 20 novembre 1861, Francesco Proto Carafa Pallavicini, duca di Maddaloni presentò all’Ufficio di Presidenza della Camera in cui era contenuto un preciso e violento atto di accusa contro quello che, con l’avallo del governo, stava avvenendo nelle regioni meridionali. La Presidenza rifiutò di portare in aula la mozione del duca. Essa fu poi pubblicata, a Nizza, dalla tipografia Gilletta,  col titolo “La  mozione di inchiesta del duca di Maddaloni, deputato al Parlamento italiano.”

Una settimana dopo la presentazione della sua mozione il duca di Maddaloni fu costretto a rassegnare le sue dimissioni a causa delle pressioni esercitate su di lui dalla politica e dalla stampa: nessuno voleva che in Europa si sapesse quanto avveniva al sud messo in stato d’assedioda un esercito di 120.000 uomini in arme.

A tal proposito alla fine degli anni Trenta un navigante italiano ebbe a scrivere a Nicola Zitara, esponente di punta della corrente revisionista della storia risorgimentale quanto segue:

Voglio solo dirle che le cose, che ho finora appreso, mi hanno sconcertato, anzi sconvolto. Mi sento offeso intellettualmente da quanto mi hanno fatto credere, per più di quarant’anni, finora: hanno oscurato completamente la nostra storia, la nostra cultura e le nostre tradizioni. Ora sono molto più fiero di aver scelto, dopo tanto tempo di tornare nella mia terra, intrisa del sudore e forse anche del sangue dei miei avi.”

Noi posteri dovremmo intitolare al duca di Maddaloni, vie e piazze invece che ai nostri aguzzini quali Cialdini e gli altri, lo stesso Garibaldi e Vittorio Emanuele. Invece il duca Francesco Proto di Maddaloni rimane ai più uno sconosciuto.

Ed anche oggi, per intraprendere un giusto cammino, nel contesto europeo, occorrerebbe far luce sulle modalità in cui il paese fu unito. Ciò aiuterebbe a capire cosa ci sia alla base della mai correttamente affrontata questione meridionale. Essa infatti ancora oggi impedisce il progresso del Meridione e, per conseguenza dell’intero paese. Continuare a ignorare quel problema potrebbe condurci alla catastrofe, proprio nel momento in cui si presenta per il paese un’occasione, forse, unica di cambiamento.

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