Leopardi ed i gelati napoletani

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-di Giuseppe Esposito-

Come è noto Leopardi trascorse a Napoli,  dal 1833 al 1837, gli ultimi anni della sua vita. Vi era venuto per motivi di salute, essendo affetto da tisi e da problemi alla vista e sperava che il mite clima partenopeo potesse giovargli. Sperava tuttavia anche di trarne qualche vantaggio dal punto di vista professionale, essendo all’epoca Napoli la quarta città d’Europa per numero di abitanti, dopo Londra, Parigi e San Pietroburgo. Era quindi potenzialmente un centro culturale e letterario di primissimo ordine.

Nei primi tempi del suo soggiorno il poeta fu entusiasta della città e dei suoi abitanti, incuriosito dal carattere dei napoletani così diverso dal suo, chiuso e introverso. Era affascinato dalle passeggiate fino a Santa Lucia e tale entusiasmo comunicava al padre Monaldo nelle sue prime lettere da Napoli.

Al caffè Angioli in via Toledo conobbe Antonio Ranieri con la famiglia del quale andò poi a vivere nell’appartamento posto a vico Pero, 2. Una stretta strada che da Santa Teresa  degli Scalzi scende verso il quartiere Stella. La casa aveva un balcone che affacciava su Santa Teresa e da quel suo aereo osservatorio, il poeta si divertiva a guardava la vita che brulicava nella strada. Certo lo spettacolo doveva essere molto diverso da quello che si presenta al passante che si trovasse a passarci oggi.

Ma all’epoca del soggiorno in vico Pero, la popolazione locale non  teneva Leopardi in grande considerazione, sia per il suo aspetto fisico che per il suo abbigliamento trasandato. Infatti, il consunto soprabito turchino che indossava tutti i giorni non lasciava certo trasparire il fine intellettuale che sotto quelle spoglie si celava. Inoltre, a causa della gobba, egli attirava l’attenzione di molti, essendo risaputo che, a Napoli, il gobbo è un portafortuna. Non erano pochi quelli che sfiorandogli la gobba gli chiedevano dei numeri da giocare al lotto. Lo strano è che sembra che, a  tali richieste, il poeta non si scomponesse affatto e spesso desse dei numeri a caso. Anzi, sembra che egli sesso si ponesse, ad un certo punto, a studiar formule per cercare di indovinare i numeri delle estrazione del lotto. Ovviamente, come tutti coloro che a tali studi si dedicano, non ebbe una gran fortuna.

Le sue lunghe passeggiate quotidiane lo portavano giù per Santa Teresa degli Scalzi fino a costeggiare l’edificio che da Caserma di Cavalleria, il conte di Lemos, vicerè di Napoli, aveva trasformato in Palazzo degli Studi e che più tardi, al tempo di Salvatore Di Giacomo divenne sede della Biblioteca Nazionale in cui il poeta napoletano svolgeva le sue funzioni di bibliotecario. Oggi in quell’edificio è ospitato il Museo Nazionale Archeologico che, in ossequio all’abitudine anglosassone di utilizzare degli acronimi, è indicato come MANN.

Oltre il detto edificio Leopardi passava accanto a quelle che erano le fosse del grano, prima di giungere in piazza del Mercatello e di imboccare poi via Toledo.

Se con la gente del popolo che gli chiedeva i numeri era tollerante, Leopardi ebbe invece una posizione di scontro con la gran parte degli intellettuali napoletani, quasi tutti invidiosi del suo talento e che meschinamente, a causa del suo aspetto fisico, lo avevano soprannominato “ranavuottolo”, cioè ranocchio, poiché secondo loro tale pareva il Leopardi seduto al tavolino del caffè come se fosse rannicchiato sulla sua sedia. Ma il poeta di Recanati, per vendicarsi di coloro che non stimava affatto, nella sua poesia, scritta nel 1835, ma pubblicata postuma solo nel 1906 ed intitolata “I nuovi credenti”, ridicolizza quegli intellettuali, definendoli troppo sciocchi per essere felici.

Il poeta era molto goloso ed amava il dolce. Suo padre in una sua lettera afferma che Giacomo, con una libra di zucchero condiva non più di sei tazze di caffè. A Napoli adorava i sorbetti ed i gelati soprattutto quelli di Vito Pinto, un gelatiere che dalla Sicilia si era trasferito a Napoli e nel cui locale, aperto in Piazza Carità attirava tutto il bel mondo napoletano.

I Borboni che non erano meno golosi del poeta, giunsero ad insignire di titoli nobiliari i più abili di quegli artigiani produttori di dolci e gelati. Lo stesso Vito Pinto fu nominato barone, come in uno dei suoi versi, ricorda lo stesso Leopardi: “ … quell’arte onde barone è Vito”

Il caffè di Pinto era noto anche ad Alessandro Dumas che ne fa cenno in uno dei suoi romanzi. Ma la golosità di Leopardi era eccezionale ed infatti nelle sue memorie Antonio Ranieri, il suo sodale afferma che quando era al caffè, Giacomo fosse uso ad ordinare tre gelati alla volta, poi chiedeva al cameriere di porli uno sopra l’altro a formare una montagna di bontà sulla quale si fiondava avidamente. Vederlo mangiare il gelato era uno spettacolo e molti erano i curiosi che si fermavano ad osservarlo. Sempre il Ranieri racconta che un pomeriggio dovette disperdere con la forza un crocicchio di scugnizzi raccolti davanti al caffè dove il poeta sorbiva il suo gelato che avevano inoltre cominciato a farlo bersaglio dei loro lazzi e prese in giro. Nella maggior parte dei casi, però, il poeta non faceva caso ai curiosi che lo osservavano e continuava a trangugiare i suoi enormi gelati con sprezzante compiacimento.

Anche sulle cause della sua morte si vocifera che furono legate alla sua golosità.

Leon Trich, nel sua” Almanach des lettres” afferma, non sappiamo su quali basi, che Leopardi fosse affetto anche da diabete. Ora accadde che la sera del 13 giugno 1837, onomastico di Ranieri, nella casa di vico Pero giunsero numerosi cartocci di confetti cannellini di Sulmona e, Giacomo che non sapeva resistere, ne ingurgitò più di un chilo e mezzo. Di conseguenza cadde in un coma diabetico che lo portò alla morte, avvenuta la mattina successiva.

 

(L’immagine di copertina è tratta da Il giovane favoloso, film del 2014 diretto da Mario Martone).

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