Le grandi pandemie della storia 5: l’influenza asiatica

0
69

-di Giuseppe Esposito-

Quando si dice influenza, ognuno pensa a quelle di stagione. Contagiose, infettive, causate da particolari virus e che si presentano puntualmente all’arrivo della stagione fredda.

Tuttavia se aggiungiamo l’attributo asiatica, lo scenario che ci viene in mente muta completamente.

Alla malattia aggiungiamo le immagini di una pandemia che interessò ogni parte della terra e falciò molte vite. Una pandemia, insomma, concetto con cui stiamo familiarizzando in questi grigi giorni attuali. L’agente patogeno di quella influenza era un virus cui fu dato il nome di H2N2, che inizialmente si era diffuso in una popolazione di anitre selvatiche.

Nel 1957, in Cina il virus fece il salto dalle anatre all’uomo e prese a diffondersi rapidamente in tutto il mondo. La Cina sembra essere la culla di ogni epidemia che venga a flagellare la terra. Circostanza che fa pensare. Forse il livello di civiltà di quel paese lascia ancora a desiderare e la promiscuità nei suoi mercati di uomini e bestie, macellate sul posto è l’habitat ideale perché determinati virus riescano a passare dagli animali all’uomo.

La Cina sembra essere uno dei problemi più grandi del XXI secolo. Ma ciò che l’ha resa tale è forse il sistema economico cui siamo stati assoggettati. Quello sfrenato liberismo che ha deciso che la Cina dovesse diventare l’unico paese in cui ogni manifattura dovesse essere trasferita, impoverendo le economie di tutti gli altri paesi occidentali. E lo scempio continua anche col trasferimento, nel paese asiatico, anche delle più moderne competenze tecnologiche. Questa epidemia sembra essere un sintomo del malessere attuale del mondo e dovrebbe spingerci a cambiare il sistema economico che ci ha ingabbiati e sembra spingerci verso una tragica fine.

Ma torniamo all’influenza asiatica di quel ormai lontano 1957 che sembrò prediligere essenzialmente i giovani, forse perché gli anziani, che avevano vissuto ai tempi della spagnola del 1918, avevano già sviluppato una serie di anticorpi immunizzanti.

I sintomi dell’asiatica erano del tutto simili a quelli di ogni altra banale influenza di stagione, mal di gola, febbre e tosse. Solo che non bastavano pochi giorni, per guarire occorrevano diverse settimane, quando non intervenivano altre complicazioni che rendevano letale il decorso della malattia.

Le prime manifestazioni dell’asiatica si ebbero a Singapore ed Hong Kong, nell’aprile del 1957. Durante l’estate essa aveva già raggiunto le città costiere dell’America e poco dopo sbarcò nel Vecchio Continente.  In Europa il paese più colpito risultò essere il Regno Unito. Alla fine si contarono nel mondo 4 milioni di vittime. E oltre ai giovani, molti furono gli anziani morti poiché l’influenza rendeva critico un quadro clinico già compromesso da altre patologie. In essi l’influenza provocava polmoniti, convulsioni, insufficienza cardiaca e quindi la morte.

Non è mai stato messo a punto un vaccino specifico, ma quello prodotto nei laboratori di microbiologia dell’istituto Wright Fleming di Londra servì ad arginare almeno la pandemia. Inoltre la disponibilità di antibiotici permise il trattamento delle infezioni secondari ed a rendere quindi meno letale la malattia.

La pandemia si esaurì nel corso del 1958 e fu la prima volta che il mondo moderno, forte di una medicina capace e creativa, fu in grado di combattere un’epidemia ed evitare che si ripetesse l’olocausto della spagnola. Il virus fu isolato abbastanza rapidamente e quindi fu possibile la messa a punto del vaccino Wright Fleming.

Gli esperti dell’OMS poterono osservare che la malattia correva più rapidamente laddove si permettevano il maggior numero di manifestazioni pubbliche come convegni o festival e come la chiusura delle scuole fosse fondamentale per evitare pericolose aggregazioni.

A dicembre del 1957 la circolazione del virus sembrava rallentare, ma a febbraio del1958 partì la seconda ondata che fu ancor più micidiale della prima. Evidentemente ciò avvenne a causa di un calo della soglia di attenzione. Avviene in questi casi che la prima on data colpisca un certo gruppo di persone e, dopo un calo i contagi, tendono poi a riprendere per diffondersi in un’altra parte della popolazione. Uno schema verificatosi anche ai nostri giorni.

Per quanto riguarda l’Italia, la prima città ad essere colpita fu Napoli all’inizio di agosto del ’57. Toccò poi a Roma, a Milano ed infine a tutto il paese.

Il governo non era preparato per fronte all’emergenza e andava per tentativi. Un po’ a casaccio furono chiusi uffici e fabbriche e fu ritardata la riapertura delle scuole. Le notizie circolavano poco in quanto la televisione era ai suoi primordi ed i giornali avevano pochi lettori. Eravamo ancora nell’Italia che cercava di riprendersi dalle distruzioni della guerra.

C’era ancora il medico di famiglia che bussava alla porta con la sua gonfia valigetta ancora ottocentesca ed in cui vi erano un grosso stetoscopio, l’apparecchio per misurare la pressione ed un bollitore di alluminio che serviva a sterilizzare la siringa di vetro coi suoi aghi d’acciaio, che utilizzati più volte, si spuntavano e sfondavano la pelle del sedere. Quando arrivava, si sedeva accanto al letto, chiacchierava, prendeva il caffè e, talvolta poggiava il cappello su letto. Da qui la credenza popolare che mettere il cappello sul letto porta male: cappello sul letto, medico in casa e morte, forse, dietro l’angolo.

Non vi fu, nel nostro paese, nessuna forma di allarmismo e se ne parlava poiché ogni giorno vi erano dei morti, ma il vivere quotidiano e le abitudini degli italiani non furono stravolte.

Nel corso del 1958 il virus scomparve. Gli italiani che si erano ammalati erano stati circa 28 milioni, cioè il 57% della popolazione di allora. Si contarono alla fine 30.000 decessi.

Dopo quella esperienza ci eravamo tutti convinti che coi progressi della scienza non avremmo più dovuto subire altre pandemie così virulente, ma il tempo si è preoccupato di disilluderci  e stavolta, forse la colpa è davvero dell’uomo che ha creato un sistema così iniquo  in cui anche la scienza è stata assoggettata ad interessi economici, tali da  snaturarlaa. Se non ci affranchiamo da questo liberismo selvaggio diventeremo tutti schiavi e condanneremo il nostro pianeta alla fine.

Allons enfants de la patrie … Si potrebbe gridare.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui