Le grandi pandemie della storia 1: la Peste di Giustiniano

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-di Giuseppe Esposito-

Si definisce pandemia una malattia epidemica che, diffondendosi rapidamente tra le persone, si espande in vaste aree geografiche su scala globale, coinvolgendo gran parte  della popolazione mondiale. Ciò presuppone una mancanza di immunizzazione dell’uomo verso un agente patogeno altamente virulento.

Secondo l’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, tre sono le condizioni per il diffondersi di una pandemia: la comparsa di un nuovo agente patogeno, la capacità di tale agente di colpire l’uomo, la capacità di quell’agente di diffondersi rapidamente per contagio.

La maggior parte delle pandemie fanno parte delle zoonosi, ossia sono originate dalla convivenza tra l’uomo e gli animali da allevamento. I due tipici esempi di zoonosi sono l’influenza e la tubercolosi.

Le pandemie hanno fatto la loro comparsa diverse volte nella storia umana e spesso hanno avuto un impatto profondo sulle società, in seno alle quali si sono manifestate,  influenzando quindi in modo decisivo il corso stesso della storia.

La più grandi pandemie che si ricordino sono sette: La Peste di Giustiniano, La Peste Nera,Il vaiolo, L’influenza spagnola, L’influenza asiatica, L’influenza di Hong Kong,L’HIV o sindrome da immunodeficienza umana. Ed infine quella che oggi imperversa e miete anche molte vittime e contro la quale non è ancora stato trovato un rimedio. Anche se su quest’ultima gravano molti sospetti circa la sua genesi e la sua gestione o, a detti di alcuni, della finalità.

In questa prima tranche parleremo della prima pandemia della storia, la Peste di Giustiniano.

La peste bubbonica è un qualcosa che, ancor oggi, al solo evocarla fa correre un brivido di terrore lungo la schiena. Essa evoca immagini di morti accatastati, di cadaveri bruciati, di bubboni pulsanti e di sangue nero. Essa è un a malattia mortale ed altamente contagiosa. Nella letteratura si ritrovano richiami alla peste della metà del Trecento e di quella di inizio XVII secolo, quella che è descritta dal Manzoni ne I promessi sposi.

Eppure un’altra ve n’è di epidemie di peste che ebbe un esito travolgente e di cui quasi nessuno fa mai menzione. Si tratta dell’epidemia scoppiata nel VI secolo ed è da considerarsi come la prima e più terribile catastrofe epidemica del nostro continente, l’epidemia che va sotto il nome di Peste di Giustiniano. Un’epidemia che distrusse intere città e mise in ginocchio l’Impero.

Tutto ebbe origine nell’estate del 541, regnante Giustiniano, ultimo imperatore di lingua latina. In quel momento, dopo aver debellato i Vandali dall’Africa, egli aveva in mente di strappare anche l’Italia ai Goti che vi si erano installati. Ma la storia era deciso che dovesse andare diversamente. Alcuni topi infetti portarono la peste bubbonica nel porto egiziano di Pelusium. Il contagio sembra sia giunto a bordo di una imbarcazione che aveva risalito il corso del Nilo, a partire dall’Africa centrale o dall’Etiopia.

Secondo la testimonianza di Giovanni, vescovo di Efeso e di Procopio, il contagio si diffuse prima lungo le zone costiere per poi penetrare nell’entroterra. Le notizie che giungevano attraverso dispacci e missive di parenti e di mercanti avevano già diffuso il terrore tra gli abitanti della capitale Costantinopoli. Lì il morbo giunse nella primavera del 542. Giunta in città la velocità del contagio ebbe una impennata. Infatti nonostante l’igiene dei cittadini non fosse affatto carente, l’elevata densità della popolazione ebbe la sua influenza sulla velocità di diffusione dei contagi. Costantinopoli contava allora più di 500.000 abitanti ed in poco tempo la situazione raggiunse una gravità terribile. Le testimonianze parlano  di un numero di morti compreso tra le  5.000 ed le 10.000 unità al giorno. In una decina di giorni la capitale imperiale perse circa il 10% della sua popolazione.

L’epidemia ebbe una durata di quattro mesi, ma i primi tre mesi furono di una virulenza elevatissima. Il problema della rimozione dei cadaveri divenne difficilissimo e si decise dapprima di portarli fuori dalle mura dove ufficiali appositamente incaricati li contavano e poi provvedevano a farli seppellire in grandi fosse comuni. Il crescere dei decessi fece si che ad un certo punto il numero dei morti fosse superiore agli uomini in età da lavoro e quindi si rischiava di dover lasciare i cadaveri per strada.

Giustiniano incaricò, Teodoro, il suo referendario di gestire la macabra logistica dei morti.  Questi allora prese ad assoldare a qualunque prezzo dei volontari per provvedere allo sgombero delle strade ed al trasporto dei morti nelle fosse comuni. Ne fece scavare di enormi, in ognuna delle quali si riusciva a stipare più di 70.000 cadaveri, comprimendo ogni strato su quello sottostante. Ma alla fine non si trovò più posto sulla terraferma e si decise di buttare i cadaveri in mare sperando che le onde li trasportassero lontano.

Il risultato fu quello di ammorbare tutta la costa e le acque antistanti la città Costantinopoli era divenuta in pratica una bara putrescente e cielo aperto. Alla fine dell’epidemia, dopo il quarto mese, Costantinopoli aveva perso più del 40% dei suoi abitanti e con essa anche le campagne ed i villaggi. Nel 544, finalmente,   Giustiniano annunciò,  nella novella 122 del Corpus Juris Civilis la fine della pandemia. Ma ormai il declino  era avviato. La strada era spianata per tutte quelle popolazioni che premevano sui confini dello stato e più tardi quella catastrofe fu la premessa del trionfo dell’islam e la fine dell’Impero Romano d’Oriente.

 

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