Le grandi pandemie 4:l’influenza spagnola

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-di Giuseppe Esposito-

Nella primavera del 1918 scoppiò quella che sarebbe passata alla storia come la più terribile delle epidemie che mai abbiano afflitto l’umanità. Quella che più di tutte meriterà l’appellativo di pandemia. Essa fu la prima del XX secolo, legata al virus denominato poi H1N1.

Essa arrivò a contagiare ben 500 milioni di persone e ne portò alla tomba 100 milioni, su una popolazione mondiale di 2 miliardi di individui, cioè il 5% di tutti gli abitanti del pianeta.

L’unica località che ne restò indenne fu una piccola cittadina del Colorado, Gunnison. Lì le autorità locali adottarono misure drastiche per difendersi dal contagio, applicarono quello che possiamo definire un lockdown ante litteram. Furono chiuse con delle barricate le strade di accesso e presidiate da uomini armati, fu chiusa la stazione ferroviaria e coloro che dall’esterno intendevano entrare in città erano assoggettati ad una quarantena. Coloro che infrangevano il diktat sanitario imposto erano sbattuti in prigione. Insomma, adottarono un comportamento che sembra essere il modello a cui si ispirano le autorità di oggi, essendo il pianeta costretto a fronteggiare una nuova pandemia. Si potrebbe chiosare con “Nihil novum sub sole”.

La memoria di quei lontani giorni torna in questi giorni che ci vedono attanagliati dalla paura di un morbo di cui, di nuovo, la medicina conosce poco o nulla.

Tutto cominciò nel marzo del 1918. Gli Stati Uniti che già erano in guerra contro la Germania e gli Imperi Centrali da undici mesi, avevano lanciato la mobilitazione generale. Postazioni fortificate e campi di addestramento erano proliferati in tutto il paese. Uno di questi era il Camp Funston, nei pressi di Fort Riley in Kansas. Nelle campagne intorno vi erano molte fattorie con allevamenti di suini ed in molte di queste si erano verificati casi di una influenza, non grave, i cui malati spesso non presentavano alcun sintomo.  Simile in questo al Covid 19 dei giorni nostri.

Poi, improvvisamente, la mattina del 4 marzo 1918 si presentò in infermeria un soldati febbricitante e nel giro di poche ore i commilitoni che presentavano gli stessi sintomi assommarono a più di un centinaio. Nelle settimane a seguire il contagio si era già esteso a buona parte dei militari ammassati nel campo. Ciononostante a fine mese le truppe furono imbarcate sulle navi che le avrebbero trasportate in Europa. Ed avvenne che con esse sbarcasse nel vecchio continente anche il virus.  Ancora una volta l’epidemia era avanzata nelle file di reparti armati per la guerra. Prese così l’avvio la prima ondata di una epidemia che in breve si propagò nel mondo intero  di cui i medici ignoravano ogni cosa. Per i medici del tempo un virus era qualcosa di sconosciuto ed essi scambiarono all’inizio quell’influenza per una polmonite. Ma ben presto si vide che quell’influenza uccideva le sue vittime ad una velocità mai conosciuta prima.

Si narra di persone in America che svegliatesi, la mattina con dei sintomi, morivano lungo il tragitto per andare al lavoro. I sintomi del male erano terribili: febbre e difficoltà a respirare. A causa della carenza di ossigeno i volti assumevano un colorito bluastro. L’emorragia interna riempiva i polmoni di sangue e provocava il vomito. Infine i malati morivano soffocati dai loro stessi fluidi. Il male colpiva indifferentemente giovani e vecchi. Il diffondersi dell’epidemia era stato favorito dalle condizioni igieniche in cui erano costretti i soldati nelle trincee e successivamente dal fronte il morbo era risalito alle retrovie e quindi al mondo civile. Dopo la prima ondata si dovette assistere alla seconda che, dopo una breve tregua, partì a fine settembre ed imperversò per 13 settimane. Fu questa seconda ondata la più terribile. I servizi sanitari non furono più in grado di accogliere gli ammalati, persino le imprese di pompe funebri non riuscivano a star dietro alle morti ed infine, fu deciso di non celebrare più alcun funerale e di gettare i cadaveri in fosse comuni.

In questo tempo essendo in atto una guerra la censura impediva ai giornali europei ed americani di diffondere notizie sull’epidemia in atto. Solo i giornali spagnoli, essendo il loro paese rimasto neutrale diedero ampio risalto all’epidemia e per questo ad essa fu dato l’attributo di spagnola.

Agli inizi di gennaio 1919 si ebbe ancora una tregua, ma poco dopo una terza ondata riprese vigore sebbene in una forma più attenuata. Focolai si presentarono un po’ dovunque ma nel corso del 1920 finalmente la pandemia ebbe termine.

Il parere di tutti gli accademici è concorde nell’attribuire la fine dalla pandemia ad una raggiunta immunità collettiva raggiunta dalla società, ma il virus non è mai scomparso del tutto.

La storica americana Catharine Arnold definì quella pandemia come “Il più grande olocausto medico di sempre.”

Quello che ci ha lasciato la spagnola e la maggior attenzione all’igiene personale, al modo di realizzare le città, prestando una maggiore attenzione ai bisogni umani e, soprattutto, la spinta a realizzare nelle città opere igienico sanitarie.

Una osservazione che possiamo in ultimo fare e quella che tutte la misure prese prima della pandemia appaiono eccessive e subito dopo si rivelano insufficienti.

 

 

 

 

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