Le edicole votive di Napoli

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-di Giuseppe Esposito-

Una delle cose che non può fare a meno di colpire il forestiero che si aggira per le strade di Napoli è senz’altro l’incredibile numero di cupole. Ve ne sono infatti più di cinquecento, ma l’altro elemento che non sfugge a quella osservazione è il numero, ancor più elevato, di edicole votive sparse in ogni angolo della città e che superano di gran lunga il migliaio. Sono esse il simbolo della devozione popolare ed assumono le forme, le dimensioni e gli stili più diversi. Alcune sono delle piccole opere d’arte sacra. Di solito accolgono delle immagini dipinte, salvo qualche notevole eccezione come quella dedicata a San Gennaro. Essa, posta accanto alla chiesa di Santa Caterina a Formiello, alle spalle di Porta Capuana, accoglie il busto del santo, realizzato da Ferdinando Sanfelice.

L’usanza di edicole votive è antichissima e risale addirittura ai Greci ed ai Romani. Questi ultimi ospitavano in esse le immagini dei Lari familiari, ossia le immagini degli antenati deificati. Esempi di tali larari sono stai infatti rinvenuti a Pompei e ad Ercolano.

L’uomo però a cui, in tempi a noi più vicini è dovuto il diffondersi di edicole votive a Napoli è ai più sconosciuto.

Si tratta di Gregorio Maria Rocco. Un frate domenicano, nato a Napoli, da genitori originari di Massalubrense,  il 4 ottobre del 1700 e conosciuto semplicemente come padre Rocco per la notorietà cui giunse nel corso del XVIII secolo. Grazie ai suoi discorsi che suscitavano la pietà ed i sentimenti religiosi dei nobili egli raggiunse una celebrità paragonabile solo a quella di cui godettero un Fenelon, un Flechier o un Bossuet in Francia. Egli svolgeva una instancabile opera a favore dei miseri e dei derelitti. Grazie alle sue prediche era benvoluto anche dagli aristocratici e fu accolto a Corte, apprezzato da Carlo di Borbone, da sua moglie Maria Amalia di Sassonia e, dopo la partenza di Carlo, anche dal figlio Ferdinando IV. La sua notorietà e l’ascolto che trovava in ogni strato sociale fecero dire di lui che “a Napoli era più potente del Sindaco, dell’Arcivescovo e persino del Re.”

Per la sua opera caritatevole a favore di più deboli era ben accetto ovunque e riuscì ad influenzare anche le scelte di due sovrani in fatto di opere pubbliche. Fu infatti grazie ai suoi suggerimenti che Carlo III dette incarico a Ferdinando Fuga di costruire l’Albergo dei poveri ed anche il cimitero delle 366 fosse, destinato ai più poveri della capitale. Ebbe anche il merito di realizzare numerosi ospizi per le giovani e per i ragazzi in pericolo a causa della povertà delle famiglie. Di lui si diceva che fosse l’uomo del popolo presso la Corte e l’uomo della corte presso la Corte. Era l’arbitro della plebe presso il Re e l’arbitro del Re presso la plebe.

E fu lui che, riprendendo l’antica usanza dei larari, suggerì ai suoi concittadini di disporre delle edicole votive lungo i muri e agli incroci delle strade cittadine e di accendere delle candele per dimostrare la devozione alle immagini raffigurate.

Lo scopo vero di quel suggerimento era quello di diradare le tenebre che avvolgevano le strade di notte, scoraggiando così quei malintenzionati che agivano col loro favore per derubare o ammazzare le loro vittime.

Il suggerimento di padre Rocco fu accolto con entusiasmo dai napoletani e le edicole presero a moltiplicarsi. Non vi fu più strada o incrocio che fossero privi della loro piccola o grande edicola illuminata perennemente dalle candele. Esse divennero uno dei tratti distintivi più caratteristici della città ed ancora oggi sono parte integrante del folklore e del fascino particolare di Napoli.

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