La strage dimenticata: Pietrarsa 6 Agosto 1863

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-di Giuseppe Esposito-

A tutti è ormai noto come la motivazione che spinse il Piemonte ad aggredire il Regno delle Due Sicilie risiede solo nel dissesto finanziario in cui la politica aggressiva e le ingenti spese militari avevano gettato il bilancio del piccolo Regno di Sardegna. Pertanto uno degli effetti più eclatanti ed immediati di quella forzata unificazione fu lo smantellamento di tutto l’apparato industriale e produttivo meridionale ed il trasferimento alle industrie del nord delle produzioni e delle commesse statali.

La più grande industria metal-meccanica italiana era all’epoca il Reale Opificio di Pietrarsa, voluto da Ferdinando II e fatto costruire nel 1840.  Essa entrò subito nel mirino della speculazione finanziaria ed economica di Torino. Lo scopo perseguito era quella di fiaccarla fino all’estremo e nel contempo favorire le crescita degli stabilimenti Ansaldo di Genova, che al momento della conquista del sud non rappresentavano nemmeno la quinta parte di Pietrarsa e la qualità dei suoi manufatti non poteva competere con quella dei prodotti napoletani che erano tra i migliori dell’intero continente.

In quel momento l’opificio di Pietrarsa contava ben 1050 operai tutti ben pagati e con un orario di lavoro di otto ore al giorno. Era questo il frutto delle politiche del lavoro del governo borbonico che erano tra le più avanzate del mondo.

Con l’arrivo dei piemontesi si cominciò con lo smontare i reparti con le macchine più moderne per spedirle a Genova insieme coi capi reparto che dovevano istruire gli operai liguri.

Con la politica adottata di sottrarre a Pietrarsa le commesse dirottate sull’Ansaldo, si giustificò anche la riduzione di personale che dai 1050 del 1861 erano ridotti due anni più tardi a poco più di seicento. Lo stabilimento ormai agonizzante fu ceduto a poco prezzo ad un losco affarista milanese, tale Jacopo Bozzo che aggravò ulteriormente le condizioni di lavoro del personale. Ridusse le paghe operaie a soli 30 grana al giorno, sufficienti appena ad acquistare due pezzi di pane e portò l’orario di lavoro ad 11 ore al giorno. Fece ricorso ad un gruppo di sorveglianti, a suo dire per mantenere la disciplina ed introdusse l’estaglio, cioè il cottimo. Gli operai sopportarono tutte queste vessazioni per quasi due anni, ma infine per non scendere troppo al di sotto della sogli di povertà decisero di cominciare a protestare., soprattutto dopo il rifiuto della proprietà di portare le paghe a 35 grana al giorno e di adottare un orario di 10 ore al giorno.

Così la mattina del 6 agosto 1863, spinto forse anche da alcuni sorveglianti che avevano interesse ad agitare le acque, il capo mazza Giuseppe Aglione prese a suonare a distesa la campana dello stabilimento.

Era il segnale di inizio dello sciopero.

Gli operai si radunarono sul piazzale di ingresso dello stabilimento per discutere sulla strategia da adottare per cercare di ottenere dalla proprietà le migliorie richieste. Il Bozzo, seguito dal segretario  Zimmermann, attraversò il piazzale senza essere importunato da nessuno, ma varcati i cancelli si diresse a Portici a chiedere l’intervento della polizia e giustificandolo con racconti di inesistenti disordini, violenze e sedizione all’interno dello stabilimento.

Di fronte a tale versione dei fatti, il questore Nicola Amore, senza neppure preoccuparsi di accertarne la veridicità dispose, di conserva col maggiore Martinelli a capo del 33° Bersaglieri di inviare i soldati cui si aggiunsero anche drappelli di carabinieri e di polizia. Alla fine il numero di uomini armati, mandati contro gli operai era quasi pari a quello dei lavoratori dell’opificio. Ma quelli in buona fede, all’arrivo della truppa spalancarono i cancelli e li fecero entrare nel piazzale della fabbrica.

Appena messo piede in fabbrica i militari si disposero su due file, con la prima in ginocchio, puntarono i fucili e fecero fuoco sugli operai inermi. Si scatenò un parapiglia e quelli che no erano morti o feriti cercarono di fuggire in ogni direzione. Ma ai bersaglieri fu ordinato di inastare le baionette e con quelle, con alla testa gli ufficiali con le sciabole sguainate, essi caricarono. Sul terreno si contarono subito quattro morti e numerosi feriti. Ma quando poi la fabbrica riaprì i cancelli, all’appello mancavano 261 uomini. Quanti erano stati in realtà i morti e i feriti non si seppe mai. Gli ufficiali denunciati per i loro eccessi in servizio furono tutti assolti ed il questore Nicola Amore ebbe anche una felice carriera politica; fu parlamentare e sindaco di Napoli.

Dopo quasi 150 anni infine il comune di Portici ha intitolato una piazza a quei primi martiri del lavoro ed anche quello di Napoli ha deciso di dedicare loro una piazza.

 

 

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