La strage di Auletta, 30 luglio 1861

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Giacinto De Sivo, funzionario dell’amministrazione del Regno delle Due Sicilie fu anche uno scrittore ed uno storico. Dopo la caduta del regno di Napoli fu arrestato diverse volte per le sue idee legittimiste ed infine fu costretto all’esilio.  Egli nelle sue pubblicazioni sostenne costantemente che il processo sfociato nell’unità d’Italia non fu una rivoluzione, ma una aggressione contro due istituzioni legittime, il Regno delle Due Sicilie e la Chiesa. Esso andava pertanto contro il diritto internazionale.

Anche dall’esilio egli continuò sempre a sostenere le ragioni della dinastia abbattuta ed anche quella dei combattenti contro l’invasione illegittima del sud da parte delle truppe piemontesi. Combattenti definiti a torto briganti. Così egli si espresse nella sua opera: “I napoletani al cospetto delle Nazioni civili.”

Briganti noi combattenti in casa nostra, difendendo i tetti paterni e galantuomini voi, qui venuti a depredare l’altrui? Il padrone di casa è brigante e non voi, piuttosto, venuti a saccheggiare la casa?”

Per questo suo schierarsi apertamente in favore della vecchia dinastia egli fu accusato di non essere imparziale e quindi di non essere credibile come storico. Ed, ancor oggi, qualcuno si spinge a definirlo “un mentitore ed un falsario”.

Eppure un intellettuale al di sopra di ogni sospetto, del calibro di Benedetto Croce, nel 1918 ne pubblicò una biografia con il dichiarato intento di “conferire dignità storiografica ad una memorialistica oramai dimenticata.”

Mi pare una rivalutazione contro cui nulla si può eccepire. Il filosofo riconobbe insomma che i vincitori ed i loro reggicoda avevano messo in atto una vera e propria damnatio memoriae nei confronti di tutte quelle voci critiche sulla modalità in cui l’unità era stata fatta. Quelle voci che ricordavano a tutti l’atrocità dei crimini commessi in nome di quello definito risorgimento. Un’idea falsa ed intrisa di menzogne ed ipocrisia, la vulgata diffusa dai vincitori. In questo contesto vanno inquadrate le atrocità commesse dall’esercito piemontese che oramai si faceva chiamare italiano, contro quelli definiti briganti ed a danno della popolazione meridionale. In quella lunga campagna di repressione le vittime innocenti si contarono a migliaia e furono rasi al suolo e saccheggiati più di cinquanta paesi. Furono uccisi indiscriminatamente vecchi, donne e bambini.

Di una di quelle sciagurate imprese ricorreva venerdì 30 luglio il centosessantesimo anniversario: Si tratta della strage di Auletta.

Lì, in quel piccolo centro della provincia salernitana, posto sulle rive del Tanagro, si erano rifugiati, il 28 luglio 1861 un gruppo di legittimisti borbonici. La popolazione che, come la gran parte di quella meridionale, non aveva dimenticato il proprio sovrano legittimo li accolse con entusiasmo.

Furono staccati dalle pareti e dati alle fiamme i ritratti di Garibaldi e di Vittorio Emanuele II. Fu ammainato il tricolore e issata la bandiera borbonica. Nella chiesa di San Nicola di Mira fu innalzato un Te Deum. Ma alcuni liberali, presenti in paese, fuggirono verso i vicini paesi di Pertosa e Caggiano ed avvertirono le truppe lì presenti della rivolta, ma il primo assalto dei militari fu respinto con successo. La notizia fu riportata al generale Cialdini, uno dei più sanguinosi comandanti della repressione antimeridionale, tanto da essere stato soprannominato il macellaio, e quello immediatamente ordinò che contro Auletta muovesse un contingente di bersaglieri coadiuvato dalla sanguinaria legione ungherese.

A quel punto per gli abitanti di Auletta non vi fu più scampo contro le preponderanti forze militari.

L’esercito entrò in paese il 30 luglio, ma non trovandovi i ribelli che avevano fomentato la rivolta decisero di dare un sanguinoso avvertimento a tutti coloro che avessero in mente di sollevarsi ancora. Iniziarono per questo a massacrare i civili, vecchi donne e bambini furono pestati a sangue, umiliati, derubati ed infine uccisi.

Il parroco don Giuseppe Picciarelli con altri quattro prelati fu costretto ad inginocchiarsi davanti alla bandiera e quando uno di essi, un prete di circa settant’anni, tentò di rialzarsi, i soldati gli fracassarono il cranio col calcio dei fucili.

Quando tutto fu finito si contarono circa 120 morti e duecento furono catturati con l’accusa di cospirazione e, successivamente messi a morte.

L’eco di quei fatti si diffuse per tutto il paese giunse fino i parlamento, dove il duca Proto di Maddaloni presentò una mozione d’inchiesta che fu però respinta dalla presidenza della camera.In essa il duca parlava di “saccheggi, stupri e sacrilegi che precedettero i paurosi incendi di Auletta.”

L’unità era stata realizzata da pochi, ma già le popolazioni del sud ed anche i parlamentari dovettero rendersi conto di quale pasta fosse fatta la nuova Italia.

Su quali basi un paese fonda la sua legittimità se per stroncare una rivolta fa strage di civili? E si potrà mai definire civile un paese il cui esercito massacra la sua stessa popolazione?

Purtroppo, come sempre accade, queste domande sono state fatte cadere nell’oblio a fronte della narrazione dei fatti dei vincitori. Essi hanno diffuso una falsa versione di quello che è stato impropriamente definito Risorgimento.

Aggi ad Auletta una targa ricorda quell’eccidio e nei registri anagrafici, nella colonna dei morti, accanto ad ogni nome è riportata la causa di quel decesso, con le parole: ucciso dalle reali truppe nel conflitto della reazione. E ciò potrebbe bastare per tappare la bocca a quanti in nome di quel falso risorgimento cercano di sminuire l’importanza di quei feroci avvenimenti, come quello di Auletta e di latri cinquanta paesi cui fu desinata la stessa sorte. Una barbarie che non può essere dimenticata.

Rif. Wikipedia, Golfoeventi.it, 18 febbraio 2020, Vesuvio live. D. Ascione 30 luglio 2016.

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