La Mostra di Joan Mirò a Bologna

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Al Palazzo Albergati sino al 17 settembre

Tutta l’irrequietezza di Mirò e la sua costante ricerca sono in mostra a Bologna sino a metà settembre.

La collezione esposta, proveniente dalla Fondazione di Palma de Maiorca, sua residenza sin dagli anni cinquanta, reca il nome di “Sogno e colore”, tematiche che hanno caratterizzato tutta la ricerca pittorica del maestro spagnolo.
130 opere, ben accompagnati dalla luce soffusa, mettono in rilievo il simbolismo e soprattutto, la poetica di Mirò, artista in continua lotta con se stesso, e con il mondo, dilaniato dai conflitti mondiali che visse in prima persona. Così, risulta evidente la sua costante ricerca, che passa attraverso la lavorazione della materia sino alla volontà di assassinare la pittura (già prepotente dal 1927), come, per esempio, nella pittura su carta vetrata.

Assassinare per Mirò, significava liberare il pittore nella sua arte, in modo da interpretare la poesia chiusa dentro ognuno di noi.
Le opere sono tutte datate tra gli anni settanta e i primi anni ottanta, quando i soggetti di Mirò diventano sempre più astratti, e la pittura e la scultura si uniscono agli oggetti quotidiani, come giornali, legni, o altri raccolti per strada.
È di tutta evidenza anche la sua passione per le pitture rupestri e per quella romana in Spagna, e più tardi per quella degli americani (Pollock, soprattutto) e quella giapponese, con richiami agli stili e ai draghi nipponici.

Alcuni video proiettati nelle sale ci mostrano Mirò intento a dipingere in piedi; spiegherà che la collocazione delle tele sul pavimento gli rende una prospettiva più reale, e che il suo intento è provocare una sensazione fisica per arrivare all’anima. In altri video Mirò è intervistato nella casa di Son Boter, acquistata nel 1959, e che diventa il suo atelier. Lì è immerso nei suoi dipinti, presenti ovunque, accatastati vicino alle pareti, anch’esse dipinte.
Particolare fascino emanano le pitture sul compensato, e nella collezione (che contiene anche un quadro delle 23 di “Costellazioni”, nata intorno al simbolismo del cosmo) spicca l’utilizzo maggiore del nero, inteso come paradiso della pittura, conseguenza anche del suo interesse per la calligrafia. Ritorna spesso anche il tema degli uccelli come legame tra il nostro mondo e l’universo.

“Una forma mi da un’idea, un’idea mi da una forma”, diceva Mirò, per spiegare le sue visioni e la sua tendenza alla semplificazione.
In altri dipinti spiccano, invece, i colori di fondo, che nascevano dal versamento diretto sulla tela della trementina (dove lavava i pennelli).
Mirò resta uno dei grandi poeti della pittura, e per questo la mostra vale la pena di non perderla.

Giorgio Coppola

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