La malaunità

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-di Giuseppe Esposito-

I rapporti tra il regno di Napoli e gli inglesi erano stati per lungo tempo di sostanziale amicizia. Infatti il 23 dicembre 1798, con i francesi di Championnet che invadono il regno, Ferdinando IV si imbarcò per Palermo sul vascello britannico Vanguard, scortato dall’ammiraglio Nelson con tutta la flotta inglese. Ma i buon rapporti tra i due stati poggiavano sulla sostanziale acquiescenza dei sovrani di Napoli agli interessi economici inglesi in diversi settori.

Il principale di questi, era quello del commercio dello zolfo che era, all’epoca, una delle materie prime più importanti, una sorta di petrolio dell’epoca. Lo zolfo era infatti utilizzato in diversi campi quali la produzione della povere da sparo, la produzione di acido solforico, la produzione della soda ed era quindi assai ricercato. Il 95% dello zolfo impiegato in tutto il mondo era di produzione siciliana, poiché era quello che aveva i costi di estrazione più bassi di quelli di ogni altro paese ed era assai abbondante nell’isola.

Ma grazie a quella acquiescenza i commercianti inglesi, allo scopo di instaurare un vero e proprio monopolio nel commercio dello zolfo, si erano in uniti in trust ed avevano cominciato a sfruttare al massimo l’estrazione del minerale al punto che si arrivò ad un eccesso di offerta, rispetto alla domanda del mercato, così il prezzo del materiale subì un crollo verticale, mettendo in crisi la maggior parte dei proprietari di zolfare.

Gli inglesi ne approfittarono per comprare a prezzi stracciati le aziende fallite divenendo così padroni dell’intera filiera produttiva. Inoltre, essi non avevano mai installato nell’isola fabbriche per la trasformazione del materiale e avrebbero potuto assorbire un gran numero di operai,  in quello che noi oggi definiamo l’indotto.

Si era orami nel 1838 ed il sovrano dell’epoca, Ferdinando II, decise di intervenire per salvaguardare gli interessi dei sui sudditi che rischiavano il fallimento in casa loro  a causa delle politiche speculative dei commercianti di un’altra nazione. Nazione che guardava ad ogni cosa con un’ottica imperialistica che non tollerava opposizione ai suoi interessi economici e politici.

Era l’inizio di quella che è ancora ricordata come “La questione degli zolfi”. La mossa di Ferdinando fu quella di instaurare il monopolio statale sullo zolfo. Gli inglesi allora risposero minacciosamente inviando la flotta dinnanzi al porto di Napoli, con l’ordine di catturare ogni imbarcazione napoletana e di tradurla a Malta. Avrebbero rilasciato il naviglio solo dopo l’abolizione del monopolio statale e dietro pagamento di un indennizzo ai mercanti inglesi.

Ma il re non si fece intimidire. Ordinò l’armamento di tutte le coste del regno, stabilì un campo militare nei pressi di Reggio Calabria e si preparò egli stesso a partire, qualora gli inglesi avessero tentato di impadronirsi della Sicilia, su cui da tempo essi avevano delle mire.

Lo scontro fu evitato, ma da quel momento in poi i rapporti furono incrinati e la Gran  Bretagna prese a condurre nei riguardi del Regno di Napoli una politica, che Ernesto Palmieri definì nei suoi saggi: “una politica di rancori, di insidie, di malcelata avversione, verso uno stato che conservava verso l’Inghilterra una profonda e giustificata diffidenza.” Insomma gli inglesi non smisero mai di interferire negli affari interni della nazione napoletana.

Dopo l’arresto di Carlo Poerio, che era stato ministro nel governo costituzionale napoletano, si iniziò a gettar fango sui Borboni. Furono pubblicate le lettere di Palmerston a Lord Aberdeen in cui si definiva Ferdinando II “la negazione di Dio per le condizioni in cui erano tenuti i detenuti politici. In realtà quelle affermazioni erano false e le prigioni napoletane erano dello stesso tipo di quelle di tutti gli altri stati dell’epoca. Infatti qualche anno dopo Lord Malmerston, ministro degli Esteri britannico, affermò che sia Gladston che Palmerston avevano commesso entrambi l’errore di mettere in discussione i diritti di uno stato che, per quanto dispotico, possedeva le stesse prerogative, di una repubblica o della stessa Inghilterra, di difendersi contro gli avversari che intendevano rovesciarlo con la violenza.

In quanto alle torture cui sarebbe stato sottoposto il Poerio affermò che, dal suo punto di vista, avendolo conosciuto di persona,  quelle accuse erano da considerarsi completamente false. Ma gli inglesi continuarono ad appoggiare ogni tentativo di insurrezione ed a finanziarlo. Appoggiò l’impresa di Pisacane e quando i due piloti inglesi del vapore Cagliari, furono arrestati Londra oltre a pretendere la loro scarcerazione pretendeva anche che essi fossero indennizzati.

L’appoggio inglese non mancò a nessun tentativo di sovvertire il governo borbonico.

Persino sul finanziamento e l’interesse degli inglesi per l’impresa di Garibaldi esiste una vasta documentazione. Da Londra veniva il denaro che servì a corrompere non pochi generali borbonici. A Londra era noto anche il coinvolgimento della camorra e l’operato di Liborio Romano che allestì squadre di camorristi per frenare la ribellione del popolo napoletano e favorire l’ingresso del dittatore nella capitale.

Qualche tempo dopo, nel Parlamento inglese quel coinvolgimento nella presunta liberazione del Regno di Napoli fu definita dal deputato Pope Hennessy un “dirty affair”, cioè uno sporco affare. Lo stesso Hennessy denunciò la sanguinosa repressione contro la popolazione napoletana dell’esercito sardo, il quale si era macchiato di orrendi crimini contro l’umanità, assai più gravi di quelli che in Europa si erano voluti accollare ai Borboni.

Un altro politico del Parlamento britannico George Cavendish-Bentink affermò come per il Regno Unito fosse stata una vera ignominia aver provocato quel grande sommovimento nel meridione d’Italia, poiché si erano violate per questo tutte le leggi internazionali vigenti.

Infine Herny Lennox, stretto collaboratore del primo ministro inglese Disraeli, a proposito della nascita del Regno d’Italia, ebbe a dire che si era contribuito a sostituire il dispotismo dei Borboni, col falso liberalismo di un Vittorio Emanuele. Aggiunse inoltre che il governo inglese aveva prostituito la propria politica estera appoggiando un’impresa illegittima e scellerata, che aveva portato all’instaurazione di un vero e proprio regno del terrore, quello cioè imposto con le armi ai cittadini di un regno indipendente e prospero.

Il Regno delle Due Sicilie, infatti sotto la guida di Ferdinando II aveva intrapreso un cammino di modernizzazione che lo avrebbe portato a essere una nazione che non avrebbe avuto nulla da invidiare agli stati europei. Ma proprio perché molto amato dai suoi sudditi bisognava che fosse assai vituperato per giustificare la politica di avversione inglese nei suoi riguardi.

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