La congiura di Capaccio ed i ruderi del castello, muti testimoni dell’antica tragedia

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– di Giuseppe Esposito-

Il viaggiatore che si spingesse verso quel che resta dell’abitato di Capaccio vecchio, giungerebbe davanti al Santuario della Madonna del Granato e, volendo proseguire, si potrebbe inerpicare su un sentiero che termina sulla cima del monte, davanti alle rovine del castello che fu dei Sanseverino. Si volgerebbe poi verso il mare, godendo di uno dei più bei panorami che sia dato di osservare. Sotto di lui un immenso anfiteatro in cui la natura è segnata dalle opere umane, leggibili nel reticolo dei campi squadrati, nelle vie, nei borghi che punteggiano la campagna e nei canali che tagliano la pina di Paestum.

Da quest’altura potrebbe scorgere, sovente, dei temerari che spiccano il volo, coi loro deltaplani, dai versanti del monte Calpazio, al modo stesso degli uccelli che nidificano tra le sue rupi.

Tutto qui è rimasto fisso alla lontana estate del 1246, in cui il castello fu conquistato e diruto dalle truppe imperiali di Federico II che soffocò nel sangue quella che ancor oggi va sotto il nome di Congiura di Capaccio  e ne decretò la damnatio memoriae, facendo abbattere anche la rocca in cui i congiurati si erano asserragliati per l’ultima difesa.

Il castello era nato intorno all’anno mille come torre d’osservazione per la difesa delle popolazioni della piana di Paestum dalle scorrerie dei pirati barbareschi. Poi quella torre fu ampliata e successivamente trasformata in castello dai Sanseverino, sotto il cui dominio ricadeva Paestum agli inizi del XIII secolo.

I prodromi di quella storia risalgono all’anno 1245, in cui il papa Innocenzo IV si era rifugiato a Lione, per il timore di cadere nelle mani dell’imperatore Federico II.

L’imperatore era stato scomunicato nella Domenica delle Palme del 1239 dal papa Gregorio IX per aver avversato la politica papale che suscitava, nei comuni lombardi, una opposizione all’imperatore e per aver cercato di tirare dalla sua parte il Collegio dei Cardinali di Roma, contro il pontefice. Nel 1245 erano in corso le trattative sul ritiro della scomunica e sulle condizioni alle quali ciò potesse avvenire. Federico aveva invitato il pontefice ad un incontro da tenersi a Narni, in Umbria e quest’ultimo si era anche posto in cammino. Ma appena partito qualcuno gli fece credere che l’imperatore avesse intenzione di farlo prigioniero, pertanto, camuffatosi da semplice soldato si imbarcò a Civitavecchia su una nave che faceva rotta per Genova. Lì giunto dovette passare alcuni mesi in un convento, per motivi di salute. Ristabilitosi passò in Francia dove si fermò a Lione. Nella città francese indisse nel 1246 un Concilio generale per ribadire la scomunica di Federico e per sciogliere i suoi sudditi dal giuramento all’imperatore. Tuttavia, nel corso di quel Concilio, papa Gregorio non si limitò a questo, ma ordì una congiura contro Federico con lo scopo di uccidere l’imperatore, suo figlio Enzo ed anche il suo fedele condottiero Ezzelino da Romano.

Alla congiura organizzata dal papa aderirono molti feudatari del Regno di Federico, quali i Fasanella, i Francesco, i Morra, Bartolomeo dell’Alice, Ruggiero da Bisaccio, Guglielmo da Caggiano, Roberto da Caiano, Giovanni Capece, Francesco, Ottone e Riccardo da Laviano, Enrico, Nicola e Tommaso de Littera, Riccardo di Montefusco, Bertolomeo di Teora. Ad essi si aggiunsero anche i principi di Sanseverino già assai potenti e gli Eboli, tutti feudatari del Principato Citra. Da fuori Principato giunsero adesioni da parte di Tommaso Saponara, Gisulfo de Mannia, Malgario Sorello e Andrea Cicala, capitano del settentrione del Regno.

In quel periodo Federico era a Grosseto per una stagione di caccia mentre presso la sua corte vi erano molti dei congiurati. Uno di loro, però, pentitosi rivelò l’esistenza della congiura a Riccardo Sanseverino, imparentato coi principi ma del ramo detto de Lauro. Costui era il futuro genero dell’imperatore che si affrettò a far pervenire la notizia a Federico. Quando la cosa cominciò a diffondersi e prima che l’imperatore iniziasse un’inchiesta, la totalità degli aderenti alla congiura decise, di seguire il loro capo Giovanni da Presenzano e di riparare a Roma. Ma quella fuga confermò a Federico la giustezza della informazione giuntagli dal conte di Caserta e si preparò a rientrare nel Regno. Nel frattempo scatenò la caccia ai congiurati da parte dei suoi fedelissimi.

Le truppe imperiali assediarono allora le rocche de Cilento in cui si erano richiusi i traditori e riconquistarono Sala Consilina radendo poi al suolo Altavilla Silentina. Il resto dei congiurati si asserragliò allora nel castello di Capaccio ritenuto inespugnabile. Ma le truppe di Federico, posto l’assedio al castello, riuscirono a sabotare la cisterna che assicurava il rifornimento idrico della fortezza e gli assediati, rimasti privi di acqua nella torrida estate del 1246, furono costretti alla resa.

I prigionieri furono più di centocinquanta e furono giudicati severamente. Furono loro amputati il naso, le mani ed i piedi e furono accecati col ferro rovente, in modo che non potessero guardare più il loro signore. Furono giudicati secondo l’antica Lex Pompeia come parricidi ed avendo commesso delitti contro natura, furono giustiziati secondo i suoi quattro elementi. Alcuni furono arsi vivi, altri impiccati, altri ancora trascinati da cavalli fino alla morte ed alcuni chiusi in una sacca di cuoio cui l’imperatore fece aggiungere delle serpi velenose e gettati in mare, al modo dei parricidi dell’antica Roma.

Ad uno di essi, il più importante, Tebaldo Francesco, fu riservato un trattamento particolare. Accecato e mutilato fu trascinato per tutte le città del mondo allora conosciuto, da un re ad un altro, da un principe ad una altro, affinché tutti potessero osservare colui che si era reso colpevole di un delitto così mostruoso assimilato al parricidio.

E da quella lontana estate quei ruderi sono rimasti muti testimoni dell’antica tragedia, di fronte ad uno dei paesaggi più eccezionali che sia dato di vedere. Sotto quei ruderi si apre alla vista il golfo di Salerno, da Agropoli alla costiera amalfitana, con all’orizzonte, sulla destra, la silhouette dell’isola di Capri che fu residenza di un altro imperatore, Tiberio, che dalla sua residenza di Villa Jovis amministrava l’impero.

 

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