La condizione economica nella Napoli preunitaria

0
10

-di Giuseppe Esposito-

Il sistema monetario nel Regno delle Due Sicilie era regolato dalla legge emanata il 20 aprile 1818 da Ferdinando II, che uniformò il sistema nei territori del Regno, quelli continentali e quelli insulari. Di tale riforma Ludovico Bianchini ebbe a dire, nella sua “Storia delle Finanze del Regno di Napoli”

“… la prima e migliore legge che su tale obbietto si facesse in Europa, talché venne lodata ed in vari Stati imitata.”

Sul sistema monetario napoletano va ricordato un aspetto di estrema importanza e cioè che nel Regno non circolavano banconote, ovvero quella carta stampata emessa da una Banca Centrale privata (come avveniva all’epoca nell’indebitato e fallimentare stato piemontese e come avviene oggi in Italia e non solo. La conseguenza di ciò è che gli Stati hanno rinunciato alla loro Sovranità Monetaria cedendola a dei soggetti privati.)

Nel regno borbonico circolavano solo monete metalliche con un proprio valore intrinseco ed il cui conio ed emissione erano curati in esclusiva dalla Reale Zecca dello Stato borbonico.

Unica eccezione erano le cosiddette fedi di credito, cioè documenti cartacei riservati a transazioni di grosso valore. Su di essa era però imperniato un sistema di controllo che rendeva impossibili le frodi. Tale sistema ad esempio scoprì la falsità della fede di credito presentata per il pagamento al Banco di Napoli dal generale Landi. Costui presentò una fede di credito per un valore di 14.000  ducati, ma la banca scoprì, attraverso i suoi controlli che quella ottenuta dal generale traditore, dalle mani di Garibaldi, ammontava a soli 14 ducati. Il documento era stato alterato dal Landi allo scopo di frodare la banca.

A differenza dunque delle banconote che anche oggi circolano nell’eurozona, le monete del Regno delle Due Sicilie arano tutte in metallo pregiato ed il loro valore intrinseco corrispondeva all’incirca a quello nominale. Le monete che circolavano erano i ducati, in argento, quelli in oro ed i sottomultipli di esso, ossia i grana (1 ducato = 100 grana). Il ducato in argento era composto di una lega formata per 5/6 d’argento e per 1/6 di altro metallo. Il suo peso era di circa 22,943 grammi.

Un biglietto di carta reca stampigliato sulla sua facciata un valore truffaldino costando esso alla banca che lo produce non più di 30 centesimi di euro.

La moneta più solida all’epoca dell’annessione era in Europa il ducato napoletano, il quale non aveva mai subito una svalutazione. I nostri antenati del tempo avrebbero considerato una banconota una truffa per imbecilli.

In rapporto alla moneta odierna si può stimare che il potere di acquisto di  ducato corrispondesse a circa  euro di oggi.

Le retribuzioni antecedenti la conquista piemontese erano non elevate, ma il costo della vita, nel Regno era più basso che altrove.

Un contadino percepiva una paga di 15 – 20 grana al dì ( 7,50 – 10 Euro); un operaio generico : 50 – 40 grana ( 10 – 20  Euro); uno specializzato:  55 grana al dì (27,50 Euro); un mastro d’opera arrivava a 80 grana (40 euro). Alla paga andava aggiunto un soprassoldo per il vitto di 10 – 15 grana al dì (5 – 7,50 Euro).

Lo stipendio di un impiegato statale si aggirava intorno ai 15 ducati al mese (750 euro); un tenente di fanteria prendeva 23 ducati al mese (1150 euro) ed un colonnello arriva a 105 ducati (5205 euro).

A fronte di tali retribuzioni il costo dei generi di prima necessità, almeno per i più comuni era di:

1 rotolo di pane (890 grammi) : 6 grana (3 euro); un rotolo di maccheroni 8 grana (4 euro); 1 rotolo di carne bovina: 16 grana (8 euro); 1 litro di vino: 3 grana (1,50 euro) e 3 pizze 2 grana (1 euro).

Presso le seterie di San Leucio, una famiglia in cui lavorassero i genitori ed uno dei figli, poteva arrivare a guadagnare anche 120 grana al giorno, e quindi quasi 1500 euro al mese.

Al momento della cosiddetta unificazione, un testimone non sospettabile di simpatie borboniche, il capitano piemontese Alessandro Bianco di Saint Jorioz ebbe a scrivere:

… il 1860 trovò questo popolo vestito, calzato, industre e con riserve economiche. Il contadino possedeva moneta. Egli vendeva e comprava animali; corrispondeva esattamente gli affitti; con poco alimentava la famiglia e tutti in propria condizione erano contenti del loro stato materiale.”

Sembra questa una risposta eloquente a quanti per 150 anni hanno continuato a descrivere il Regno delle Due Sicilie come uno stato arretrato e chiuso ad ogni forma di progresso. Costoro dovrebbero andare a rileggersi per bene tutte le leggi e i regolamenti emessi dai governanti borbonici per comprenderne finalmente la modernità e la natura liberale e prendere quelle leggi come modello da imitare.

Con la sventurata annessione si mise fine alla floridità di un regno e lo si spinse verso l’arretratezza e la povertà, dopo averlo spogliato di ogni cosa, dei beni e delle sue industrie che avevano cominciato una incoraggiante fase di crescita.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui