La colonia agricola di Battipaglia

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-di Giuseppe Esposito-

Il 16 dicembre del 1857 un violento terremoto scosse le terre della Basilicata, radendo al suolo interi paesi. Le vittime furono circa 11.000 ed i feriti 1359. Il sisma venne considerato all’epoca come il terzo terremoto più grande e dannoso osservato in Europa, il primo in Italia. L’eco fu tale che dall’Inghilterra partì una spedizione organizzata dalla Royal Society of London, con a capo lo scopo di studiare gli effetti del terremoto e di migliorare lo stato delle conoscenze nel campo della sismologia. A capo della spedizione vi era l’ingegner Robert Mallet che commissionò anche una serie di foto al francese Claude Grillet.

Subito dopo il sisma il re, Ferdinando II mise in moto la sua macchina dei soccorsi stanziando una notevole cifra per alleviare i disagi delle popolazioni colpite. Anche allora come oggi la concupiscenza non mancò e il De Sivo ebbe a scrivere: “Il governo a nulla mancò, ma tanti soccorsi passarono in brutte mani.”

Nihil novum sub sole, purtroppo, gli sciacalli non mancano mai, in nessuna epoca. Grazie però all’opera di due fedeli sovrintendenti, Achille Rosica di Potenza e Luigi Ajossa di Salerno, i soccorsi giunsero in maniera tempestiva ed efficace alle popolazioni in difficoltà.

Va rilevato come nel Regno delle Due Sicilie vi era un forte senso della comunità che operava attraverso libere associazioni, confraternite religiose e associazioni di mutuo soccorso pertanto anche dalla società civile giunsero non poche provvidenze alle zone colpite dl terremoto. IL re Ferdinando II però, oltre ai soccorsi pensò di dare a molte delle famiglie colpite la possibilità di ricominciare, promuovendo il loro trasferimento in zone agricole recentemente recuperate grazie al lavoro di bonifica avviato fin dal 1832. In questo modo contadini e braccianti, che fino a quel momento erano stati solo forza lavoro a disposizione dei proprietari terrieri sarebbero divenuti assegnatari di una abitazione e di un pezzo di terra da curare in proprio.

Si pensi alla lungimiranza del Governo Borbonico che, alla morte del re, avrà recuperato, grazie alle bonifiche la bellezza di 338.000 ettari di terreno agricolo tra la Puglia e la Campania. Ferdinando II aveva addirittura creato una apposita Amministrazione per le Bonificazioni affidata al barone Savarese. Due mesi dopo il sisma del ’57, il re dette incarico ai due succitati sovrintendenti di ricercare un luogo adatto alla fondazione di un nuova colonia agricola, in cui trasferire i terremotati lucani.

La scelta cadde nella zona dove oggi sorge Battipaglia, grazie alla posizione favorevole, posta all’incrocio tra la via regia e la Strada del Vallo e grazie alla presenza di una sorgente di acqua abbondante e pulita. Si racconta che vi fu, ad un certo punta una animata discussione tra il Savarese e ed il re, poiché il barone chiese di portare la dotazione per la costruzione della nuova colonia, dagli inziali 12.000 ducati stanziati dal re ai 47.500 richiesti dal capo della Amministrazione per le Bonificazioni. Il Savarese infatti voleva costruire degli alloggi in muratura e dotare i futuri abitanti della colonia di tutto il necessario.

Il progetto della colonia fu affidato all’ingegner Enrico Dombré che previde a realizzazione di 20 edifici in muratura, con 120 casette e 10 cortili, che successivamente furono trasformati in strade. Il complesso prese il nome di Le comprese, che ancora oggi caratterizza quel primo nucleo dell’attuale città di Battipaglia. Agli assegnatari furono forniti tutti gli strumenti necessari all’agricoltura e per le successive bonifiche. Il progetto ebbe una battuta d’arresto nel 1860 a causa dell’arrivo a Napoli di Garibaldi e alla caduta della dinastia dei Borboni. Fu ripreso in seguito con leggere modifiche e con nuovi criteri nella selezione degli assegnatari. Tuttavia fu quello l’atto fondativo di una città che ebbe in seguito un ottimo sviluppo.

Oggi Battipaglia costituisce uno dei maggiori centri di produzione della mozzarella di bufala campana DOP, oltre che uno dei territori agricoli maggiormente produttivi della piana del Sele, di cui è anche il maggior polo industriale e stradale. E ciò grazie alla provvidenza del tanto vituperato governo borbonico, che tanti vorrebbero condannare ad una immeritata damnatio memoriae. Inutile poi fare paragoni coi governi che hanno retto l’Italia in tempi recenti e che hanno abbandonato al lor destino i terremotati di regioni intere quali, ad esempio. L’Abruzzo. Non vorrei passare per un laudator temporis acti, ma la differenza è evidente. Seppure nei libri di suola ancora si citi il governo delle Due Sicilie come esempio di inefficienza. Che dire? Ai posteri l’ardua sentenza.

 

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