La città di Cava attraverso i dati del catasto onciario del 1753

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-di Giuseppe Esposito-

Con l’avvento di Carlo di Borbone sul trono di Napoli e la ritrovata indipendenza del Regno, cominciò a diffondersi nel paese la sensazione del nuovo e l’aspettativa di un riscatto economico e sociale. Il sovrano aveva già in mente di apportare una serie di riforme per modernizzare l’amministrazione statale e tra esse vi era anche la modifica del regime fiscale. L’obbiettivo del re era quello di creare un sistema basato sull’equità, in cui:

I pesi siano con eguaglianza ripartiti ed il povero non sia caricato più delle sue deboli forze ed il ricco paghi secondo i suoi averi.”

Essendo i comuni la base del sistema fiscale egli, per prima cosa rimise, nel 1737, a tutte le università i debiti fiscali precedenti e poi il 4 ottobre del 1740 impose con un dispaccio, a tutti i comuni,  la formazione del Catasto.

Il nuovo estimo catastale era basato non sul valore dei beni posseduti, ma sulla loro rendita, dichiarata dai contribuenti stessi. Ogni capo famiglia era tenuto a presentare una “rivela” nella quale dichiarava il suo stato di famiglia, comprensivo di tutti i conviventi, le case di abitazione se di proprietà o in affitto, i beni immobili posseduti, i beni mobili (animali, commercio e credito) e gli eventuali pesi, ossia le spese.

Per ogni contribuente si assommano le rendite affluenti al nucleo familiare e si sottraggono i pesi. La differenza rappresenta l’imponibile fiscale. La rendita era dunque il criterio con cui il capitale, valutato in once era iscritto al Catasto. Ad ogni oncia era attribuito il valore di sei carlini.

L’aliquota imponibile variava a seconda della categoria di appartenenza e per questo la popolazione fu suddivisa in sei classi fiscali: cittadini laici, vedove e vergini, cittadini assenti, chiese e luoghi pii, laici ed ecclesiastici forestieri benetenenti e non abitanti. La somma totale della tassazione in once per ogni categoria rappresentava la Collettiva generale.

In base ai dati del catasto onciario, nel 1753, la popolazione di Cava era così suddivisa:il quartiere del Corpo di Cava inglobava 4343 abitanti, suddivisi in 787 fuochi, il Metelliano aveva 2893 abitanti ripartiti in 482 fuochi, Passiano 4261 abitanti e 780 fuochi., Sant’Adiutore 3728 abitanti e 667 fuochi.

Dunque su una popolazione complessiva di 15225 abitanti il quartiere più popoloso era quello di Corpo di Cava col 28,5% della popolazione. Seguivano Passiano col 28% e Sant’Adiutore col 24,5%. Ultimo era Metelliano col 19%.

Il cuore della città risultava essere il Borgo Scacciaventi, centro commerciale. Esso aveva cominciato a svilupparsi già durante il regno Angioino ed era andato accrescendo sempre più una funzione pubblica legata alle attività commerciali anche sotto i domini aragonese e spagnolo.

Esso è la parte che risulta edificata più di recente rispetto agli altri quartieri e casali cittadini. La sua posizione era quella che meglio rispondeva alla necessità di mobilità e di commercio degli abitanti del Comune. È per questo che, evidentemente, nella sua raffigurazione della città ai primi del Settecento, il Pacichelli metteva in evidenza l’assetto urbanistico dei portici del borgo, i quali costituivano un fattore importante di aggregazione, grazie alla sua funzione commerciale.

Risale agli inizi del XV secolo lo spostamento di molti degli abitanti dei casali verso il borgo, per impiantarvi loro botteghe. Nel Cinquecento il borgo fu attraversato dalla via Regia che collegava Napoli a Salerno e che accrebbe quindi l’importanza commerciale della botteghe sorte in quella zona. Inizialmente le botteghe erano costituite da edifici ad un solo piano, ma successivamente, i mercanti presero a costruire al di sopra della bottega anche l’abitazione della famiglia, mentre davanti ad essa disposero un portico per esporre le loro merci al riparo dagli eventi atmosferici. Sotto il portico avvenivano le contrattazioni, mentre nel retro vi erano le stanze dedicate alle attività artigianali. Alle spalle delle botteghe furono realizzati dei giardini o degli orti che permettevano di far fronte anche alle esigenze alimentari della famiglia. Ora avvenne che ogni mercante costruiva il suo portico secondo i suoi gusti ed esigenze e perciò all’insieme dei portici venne a mancare una qualunque unità di stile architettonico. Nel tempo nella zona furono edificati anche la maggior parte degli uffici pubblici conferendole anche il carattere di centro amministrativo della città. Della strada porticata il Giustiniani ebbe a scrivere che:

… è tutta porticata e sempre ricca ed abbondante di viveri da assomigliarsi quasi ad una maggiore di Napoli, non avendo altro difetto che di essere alquanto stretta.”

Un bel paragone che non ha perduto nel tempo il suo valore. Infatti ancora oggi per il visitatore che si rechi a Cava è d’obbligo una passeggiata lungo il corso coi suoi portici e fare shopping nei suoi numerosi negozi. Il commercio è a tutt’oggi ancora una delle principali attività di Cava .

 

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