L’ avventurosa vita di Maria Caira da Atina

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di Giuseppe Esposito

Vi è capitato, talvolta, di entrare in libreria con la voglia di acquistare un libro e di uscirne a mani vuote? Dopo aver passato in rassegna i volumi esposti sugli scaffali ed avvertire un’insofferenza crescente davanti ai soliti nomi di sempre, senza nessuna novità di rilievo, vi siete ritrovati di nuovo in strada insoddisfatti e furiosi. Il fatto che per le case editrici, oggi, i libri sono spesso diventati un prodotto da smerciare e basta, poca attenzione ai contenuti, ma solo alla notorietà del nome dell’autore, uno dei tanti che gira da un talk show all’altro, solo per potere esibire la copertina del suo ultimo parto.

È il marketing, dicono, e l’oggetto libro ha perso la sua essenza per divenire qualcosa di banale, qualcosa da dare in pasto al consumatore, non al lettore. Anzi ho l’impressione che molti di quei titoli dei soliti noti, spesso finiscano in qualche angolo della casa, senza che nessuno ne sfogli le pagine. Si compra un libro come si fa con i capi di vestiario firmati. Li si compra per il nome del brand non per la loro qualità. A me questo tipo di frustrazione mi è capitata molte volte e più passa il tempo, più una tale esperienza mi si ripropone.

Invece di recente è accaduto che durante la solita puntata in libreria, abitudine da cui non riesco a guarire, ho fatto un incontro interessante. Perlustrando tra gli scaffali, mi è capitato tra le mani uno di qui volumetti blu, pubblicati da Sellerio. In alto, in copertina una tela, alla maniera degli impressionisti che ritraeva il volto di una donna. In alto a caratteri bianchi il titolo: Madame Vitti.

Un titolo un po’ anodino, ambiguo ma che mi ha incuriosito, per quel misto di francese e di italiano in due sole parole. L’ho sfogliato ed ho scorso la breve sinossi posta nel primo risvolto della aletta della copertina. La storia mi ha intrigato. Ho acquistato i libro ed a casa, a sera, ho preso posto nella mia solita poltrona e sono partito per un interessante viaggio, che mi ha riportato nella Parigi della Belle Epoque. Partendo però, da Atina, un paese della Ciociaria, al tempo ancora facente parte della Terra di Lavoro, nella provincia di Caserta.

Da quella piccola cittadina cominciò l’avventura di Maria Cairo, delle sorelle Anna e Giacinta, del fratello Antonio  e della cugina Carmela. La povertà era assai diffusa a causa dell’unità d’Italia, malamente realizzata dai piemontesi e  le provincie del sud conobbero il mesto fenomeno dell’emigrazione, per la prima volta nella loro storia, l’unica soluzione alla più completa miseria era il cercare fortuna altrove. Dopo alcune epidemie di tifo e di colera, furono migliaia coloro che decisero di andar via. Si ritrovarono a fare gli artisti di strada, i suonatori di piffero e di zampogna o addestratori di orsi marsicani. Partirono a gruppi di trenta, quaranta persone e si avviarono a piedi verso Roma, verso la Francia, L’Inghilterra o addirittura la Russia. Gli aspiranti modelli si dirigevano a Parigi. Era la Ciociari, infatti, da sempre la terra d’origine di molti bellissimi  modelli e modelle per pittori e scultori, giovani dall’aspetto molto bello ma completamente analfabeti. Eppure molti di essi in Francia seppero affermarsi come artisti, pittori, scultori, animatori di scuole d’arte e di accademie; in quel tempo Parigi era un crocevia di artisti, scrittori e poeti.

Il centro della vita artistica, in quell’ultimo scorcio del XX secolo si stava spostando da Montmartre a Montparnasse ed a Parigi tra il 1882 ed il 1885 approdò anche Maria Caira con il padre, modello anch’egli e la madre, casalinga. Qui gli autori Marco Cosentino e Domenico Dodaro hanno ambientato la storia di Maria Caira.

Quando arriva a Parigi, Maria  è appena quindicenne e va a vivere, con la famiglia in due stanzucce al 52 di rue de Montparnasse. A 16 anni posa per lo scultore americano Frederick William Mc Monnies, amico di Monet, che la ritrae nelle vesti di Diana cacciatrice. Oggi quel bronzo è esposto in un museo del Texas, mentre altre copie sono sparse nei musei di mezzo mondo.

Poi il nome di Maria comincia ad essere conosciuto negli atelier più importanti. Nel 1888 sposa uno scultore di scarso talento, Cesare Vitti, anch’egli originario della Ciociaria ma Maria ha un carattere forte, indipendente ed è assai insofferente. Quella vita spesa  a posare per gli artisti le viene presto in uggia. Decide pertanto di fondare nel 1889, una  sua scuola di pittura; la sede scelta è al civico 49 di Boulevard Montparnasse. Tra i primi insegnanti della scuola vi è Paul Gauguin che fa la spola tra Pont-Aven e Parigi, irrequieto e insoddisfatto, vende pochi quadri e prova una profonda nostalgia per la Martinica. Nell’ambiente italiano della scuola di Maria trova, però,  un clima che gli ricorda l’isola, tropicale, lì, nel pieno centro di Parigi.

L’Academie Vitti ha successo, anche perché è la sola che permetta ad allieve donne di ritrarre dal vivo nudi maschili. La cosa nella pur evoluta Parigi dell’epoca era ancora, assolutamente proibita nelle accademie statali. Le allieve arrivano da ogni parte del mondo, soprattutto dall’America. Sono donne di cultura e di ampie vedute. Infine ai primi del 1900 l’Academie Vitti apre anche agli allievi maschi.

Tra gli insegnanti oltre a Gauguin vi sono anche l’olandese Kees van Dongen, amico di Picasso, attratto prima dal cubismo e poi dagli impressionisti. Con lui Maria intreccia un’agitata relazione.

In casa, intanto, Maria deve tener a bada la concupiscenza sessuale del marito nei suoi riguardi ma anche  nei confronti della sorella più giovane, Giacinta. Ma è una donna solida che amministra il proprio corpo come fa con i conti della scuola e non è gelosa, così, alla fine, lei Cesare e Giacinta stabiliranno uno strano ménage a trois.

D’estate tornano per le vacanze ad Atina, ma nel  1914, alla vigilia della Grande Guerra, decidono di rientrare nel paese natale. Sono partiti poverissimi e vi tornano invece ben provvisti di denaro, quadri, oggetti e cineserie. Comprano case e terreni ma a causa di alcuni investimenti sbagliati si ritrovano sul lastrico come all’inizio. In casa accolgono un bambino il cui nipote, Cesare Erario aprirà, poi, nella casa un museo per ricordare l’avventura francese dei Caira Vitti e l’Academie Vitti di Montparnasse.

La vita è di nuovo dura e Cesare per vivere è costretto a lavorare nei campi. Maria e Giacinta, di tanto in tanto organizzano delle feste in cui si balla al suono di una fisarmonica e  si organizzano pranzi e si distribuisce frutta a tutti. I contadini del circondario vi prendono tutti parte, ma il pregiudizio è duro a morie e per la gente del posto le Caira rimarranno per sempre delle modelle, o meglio delle “mostraculo” come si diceva allora.

Le memorie dell’avventura francese di Maria Caira e delle sorelle erano rimaste sepolte nella soffitta della casa del nonno di Cesare Erario.Quest’ultimo, solo alla morte del nonno, esplorando la soffitta, si imbattè in una quantità di quadri, mobili, lettere, cartoline testimonianza della vita di Maria Caira e della sua vita parigina persa oramai nelle nebbie del tempo. Proprio  per ricordare quella avventura fuori dall’ordinario, Erario ha realizzato, nella casa ereditata dal nonno, un piccolo museo, che in tre sale,  mostra al visitatore tutti gli aspetti della eccezionale avventura parigina  dei Caira Vitti.

 

 

 

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