Jacques Prevert, un intellettuale frainteso

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Les enfants qui s’aiment

S’embrassent debout contre les portes de la nuit

Et les passants qui passent les désignent du doigt

Mais les enfants qui s’aiment

Ne sont là pour personne

Et c’est seulement leur ombre

Qui tremble dans la nuit

Exitant la rage des passants

Leur rage, leur mépris

Leur rire,leur envie

Les enfans qui s’aiment

Ne sont là pour personne

Ils sont ailleurs bien plus loin que la nuit

Bien plus haut que le jour

Dans l’éblòuissante clarté

De leur premier amour.

 Sono 13 versi di Jacques Prevert, 13 versi che, rivestiti delle note di Joseph Kosma, furono cantati dalle voci di Juliette Greco, di Yves Montand e di molti altri e  costituirono uno dei leit motiv nella vita di coloro che furono giovani negli anni Sessanta e Settanta.

Chi non ricorda, ad esempio la canzone “Les feuilles mortes” cantata dalla voce di Edith Piaf? “I ragazzi che si amano” sono 13 versi che parlano del primo amore. Quel primo amore che per il poeta costituisce una esperienza totalizzante. Un’esperienza che sconvolge le leggi del tempo e dello spazio e che suscita la rabbia e l’invidia di coloro che vi assistono, ma che ne sono esclusi. E come non essere d’accordo con Prevert su questa sua visione del primo amore. Chi di noi non se lo porta dentro per sempre? Come un rimpianto, come una ferita, come un sogno che si continua a sognare?

Eppure questa poesia, come altre sull’amore e sugli innamorati, fecero si che Jacques Prevert fosse classificato come un poeta banale, il poeta dell’amore facile, immediato. Insomma il successo dei suoi versi e delle canzoni che su essi furono costruite resero un cattivo servigio a Prevert. Egli era invece un intellettuale ed un libertario convinto che, attraverso le sue creazioni portò avanti, sempre e coerentemente, una sua critica alla società ed alle sue ingiustizie. Non arrivò mai a definire un programma rivoluzionario ma si schierò sempre contro ogni sfruttamento ed ogni ingiustizia, contrapponendo ad essi la gioia di vivere e la libertà di creare, ma soprattutto l’amore, come forza capace di redimere l’uomo dalla sua parte peggiore.

Arrivò addirittura a denunciare la prevaricazione del maschile sul femminile anche nella lingua, come ad esempio nella sua poesia “Il pleut”. Oggi nel nostro paese Prevert è dimenticato, ma in Francia è ancora uno degli autori più popolari ed è studiato nelle scuole. I suoi versi sono entrati a far parte dell’immaginario collettivo, quasi come l’immagine dei fidanzatini di Peynet.

Jacques Prevert nacque a Neully sur Seine il 4 febbraio 1900. Si mostrò, fin dalla più tenera età amante della lettura e dello spettacolo. A vent’anni, chiamato alle armi fu mandato a Luneville, dove legò molto con altri due commilitoni, “Roro”, un giovane di Orleans e Yves Tanguy, pittore dada. Con essi formò un affiato trio.

Tornato alla vita civile si trasferì a Parigi ed andò ad abitare coi suoi amici e col fratello Pierre al 54 di rue du Chateau a Montparnasse. Nel 1930 lo troviamo collaboratore della rivista Commerce, su cui scriveva anche il nostro Giuseppe Ungaretti.

Dal ’32 al ’36 si occupò di teatro. Entrò a far parte del Groupe Octobre per il quale scrisse la gran parte dei testi rappresentati. Uno di essi “La battaglia di Fontenoy” fu premiato all’Olimpiade Internazionale del Teatro Operaio che si tenne a Mosca nel 1933. Il più famoso dei suoi testi di quel periodo è però il “Tentative de description d’un diner de tetes à Paris”. Opera che ebbe un successo clamoroso. In essa l’autore alternava prosa e poesia e giocava sulla contrapposizione tra realtà ed apparenza, invitando a non fermarsi mai alla prima i pressione, nella lettura di un testo, ma ad approfondirne il vero significato. Fu definito un pastiche ironico sul giornalismo mondano, una dichiarazione di anticonformismo sociale ed artistico, un poema filosofico.

In quegli anni inizia anche la sua collaborazione col cinema e la sua prima sceneggiatura è per il film “L’affaire est dans le sac”. Collabora con Marcel Carné al film “Drole de drame” (Lo strano caso del dottor Molyneaux).

Nel 1938 si trasferisce ad Hollywood, ma l’anno successivo rientra in Francia e va ad abitare a Tourette de Loupe. Collabora con Kosma ed il fotografo Trourer, ad un film che però, non vedrà mai la luce.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, nel 1945 torna a Parigi. Realizza, proprio in quell’anno un balletto alla cui sceneggiatura partecipa anche Picasso. Esce intanto la sua prima raccolta di versi dal titolo: “Histoire”, cui seguirà, subito dopo “Paroles” cui arrise un successo davvero strepitoso. Continua la sua attività di sceneggiatore per film quali “La beregere et le ramoneur”, diretto da Paul Grimault e “Notre Dame de Paris”, di Jean Delannoy.

Si sposa e nasce la sua prima figlia. Nel 1948 mentre lavora alla radio rimane vittima di un  grave incidente. Cade da una delle finestre degli studi su uno dei marciapiedi degli Champs Elysées. Rimane in coma per alcune settimane, poi, per fortuna si riprende. Si trasferisce con la famiglia a Saint Paul de Vence, dove rimarrà fino al 1951. In quel periodo scrive il soggetto per il film “Les amants de Verone” che sarà diretto da André Cayatte. Esce, nel frattempo, la nuova edizione di “Paroles” oltre a due nuove raccolte di versi “Spectacle” e “Le Gran Bal du Printemps”. Nel 1955 torna ancora a Parigi e da alle stampe “Mirò”, opera illustrata dall’artista catalano Juan Mirò. Nel 1963 pubblica “Histoire et d’autres histoires

Muore l’11 aprile 1977 a Omonville la Petite, a causa di un tumore ai polmoni.

Dei suoi versi egli diceva che erano tranches de vie, nel senso che erano ripresi direttamente dalla propria esperienza di vita ed il suo insegnamento costante è stato l’aver indicato l’amore come unica salvezza del mondo.

Quanto ad essere poeta, egli ebbe ad affermar, nel corso di una intervista alla radio, quanto segue: “Me ne frego totalmente di quale sia il ruolo del poeta, mi hanno chiamato poeta, ma io ho scritto così, sono un artigiano, ho scritto per far piacere a molti e infastidire altre e va bene così.”

 

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