In memoria di Giuseppe Ungaretti

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-di Giuseppe Esposito-

Il 1 giugno del 1970 ci lasciava Giuseppe Ungaretti, una delle figure più importanti nella poesia italiana del Novecento e non solo.

Il nucleo centrale della sua opera ruota intorno al “mistero”, cioè quello che non possiamo capire, ma su cui la natura umana ci spinge ad indagare. “Fatti non fummo a viver come bruti …” afferma l’Ulisse di Dante nel XXVI canto dell’Inferno, ma di fronte al mistero i nostri sforzi si infrangono ed esso rimane intatto, insondabile.

Sul punto, lo stesso poeta ebbe ad affermare che: “l’origine della poesia è il contatto dell’uomo con Dio, è il contrasto dell’uomo che non sa e che non potrà mai sapere.”

La poesia, una delle prime, che meglio rappresenta il senso dell’opera poetica di Ungaretti è Il porto sepolto. Da essa prese il titolo anche la sua prima raccolta uscita nel 1916.

Il porto è il simbolo del viaggio intrapreso dall’uomo dentro sé stesso per indagare il mistero dell’essere, dunque un simbolo, ma si riferisce ad un luogo concreto, cioè l’antico porto tolemaico di Alessandria d’Egitto, la città in cui il poeta era nato. L’attributo “sepolto” contiene in sé il richiamo a qualcosa di segreto, di inaccessibile, simile a al mistero che giace nel fondo dell’essere umano. E tutta la poesia ungarettiana si può considerare come un viaggio alla ricerca delle radici della condizione umana ed una esplorazione del mistero che le avvolge.

Le sue parole, in merito a questo aspetto della sua poetica sono: -… nel suo gesto d’uomo il vero poeta sa che è prefigurato il verso degli avi ignoti, nel seguito, impossibile da risalire, oltre le origini del suo buio.-

Un altro aspetto della poetica di Ungaretti è il senso dell’esilio, della lontananza, dell’assenza di un radicamento.

Egli nacque ad Alessandria d’Egitto, l’8 febbraio del 1888, da Antonio e da Maria Lanardini, poiché suo padre lavorava alla costruzione del Canale di Suez. Nel 1890 Antonio morì e tutto il peso della famiglia cadde sulle spalle della madre.

Giuseppe scoprì la sua passione per la letteratura sui banchi della Ecole Suisse Jacot. Più tardi presso la “Baracca rossa” frequenta anarchici e socialisti. Letture appassionato delle riviste “Le “Mercure de France”  e dell’italiana “La Voce”, si avvicina alla poesia francese ed a quella italiana. Nel 1912 si trasferisce a Parigi per frequentare i corsi della Sorbona. Alloggia in un piccolo alberghetto di rue Des Carmes che più, tardi definirà come “appassito vicolo in discesa”. Con lui, in quella Parigi di inizio secolo, brulicante di artisti provenienti da tutto il mondo, è l’amico Mohamed Sciaub, che morirà suicida. Nella capitale francese conosce personaggi quali Apollinaire, Palazzeschi, Picasso, Modigliani e De Chirico. Nel 1915 pubblica le sue prime poesie sulla rivista “Lacerba”, poi si arruola volontario in fanteria e combatte sul Carso, poi su fronte francese. Dall’esperienza delle trincee nasce appunto  la prima raccolta, quella intitolata Il porto sepolto La prima edizione è del 1916 ed è pubblicata ad Udine, grazie all’amico Ettore Serra. Nel 1923 vi sarà la seconda edizione, la cui prefazione è dovuta nientedimeno che a Benito Mussolini.

Quelle poesie sono state definite rapide e fulminanti. In esse il poeta rompe con le regole tradizionali della poesia. È l’inizio dell’ermetismo i cui versi nascono dall’urgenza biografica ed in cui il verso coincide con la parola, nello sforzo di dire molto con il minor numero di parole. La chiusa de “Il porto sepolto” suona come un manifesto della sua poetica:

Quando trovo

In questo mio silenzio

Una parola

Scavata è nella mia vita,

come un abisso.

Nel 1919, finita la guerra pubblica “Allegria di naufragi”. Si trasferisce a Parigi, dove conosce e sposa Jeanne Dupoix. Dal matrimonio nasceranno due figli, Anna Maria e Antonietto. Nel 1921 torna in Italia, va ad abitare a Marino, presso Roma e collabora col Ministero degli Affari Esteri. Sono gli anni della sua conversione al cattolicesimo. Nel 1930 muore sua madre cui egli dedica una toccante poesia in cui esprime la speranza di reincontrarla dopo la morte.Fra il 1931 ed il1933 viaggia molto come inviato speciale de “La Gazzetta del Popolo”. Nel 1936 è in Argentina dove ottiene la Cattedra di Letteratura Italiana all’Università di San Paolo. Vi rimarrà fino al 1942. Il suo unico figlio maschio, Antonietto  morirà, nel 1939, all’età di 9 anni per una appendicite curata male. Al suo ritorno in Italia, nel ’42 è nominato Accademico d’Italia e gli viene assegnata la cattedra di Letteratura Italiana all’Università di Roma.

Nel frattempo il suo nuovo editore, che è Mondadori ripubblica tutte le sue precedenti poesie in un volume dal titolo Vita di un uomo.

Nel 1947 riversa tutte le sue esperienze di vita, di viaggi e di lutti nella nuova raccolta Il dolore. Seguiranno La terra promessa nel 1950, Un grido e paesaggi, nel 1952 ed infine I taccuini del vecchio, uscito nel 1960.

Quando compie ottant’anni il Presidente del Consiglio Aldo Moro, organizza per lui una manifestazione a Palazzo Chigi. Sono presenti Quasimodo  e Montale. Nel 1969 esce la sua opera omnia dal titolo Vita di un uomo. Tutte le poesie

Muore, nella sua casa di Milano, nella notte tra il 1 ed il 2 giugno del 1970.

A noi oggi, nel quarantunesimo anniversario della scomparsa ci piace ricordarlo con una delle poesie che più ci emoziona, anche per la nostra personale esperienza, quella dedicata alla madre:

Ed il cuore quando d’un ultimo battito

Avrà fatto cadere il muro d’ombra

Per condurmi, Madre, sino al Signore

Come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,

sarai una statua davanti all’eterno,

come già ti vedeva

quando eri ancora in vita.

 

Alzerai tramante le vecchia braccia,

come quando spirasti

dicendo. Mio Dio, eccomi.

 

E solo quando mi avrà perdonato

Ti verrà desiderio di guardarmi.

 

Ricorderai di avermi atteso tanto

E vari negli occhi un rapido sospiro.

 

 

 

 

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