Il viaggio a Napoli di Pablo Picasso cant’anni fa

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Qualche giorno fa cadeva il 140° anniversario della nascita di uno degli artisti più importanti del XX secolo: Pablo Picasso. Era nato, infatti, a Malaga il 26 ottobre 1881. Ma oggi non vorrei parlarvi delle sue opere o del suo straordinario percorso artistico. Da napoletano mi piace ricordare il suo viaggio a Napoli, avvenuto nel 1917.

In quel periodo Picasso era alla ricerca dell’ispirazione per la realizzazione del sipario, dei costumi e della scenografia del balletto “Parade”, nato da un’idea di Jean Cocteau e sulle musiche di Eric Satie. E quel viaggio in Italia, prima a Roma e poi a Napoli sortì il suo benefico effetto, le scenografie e, soprattutto, il sipario da lui realizzato sono considerate, ancor oggi dei veri e propri capolavori. Il sipario misura 11 metri per 17 e nella folla di saltimbanchi raffigurati figurano anche alcuni dei suoi amici. Igor Stravinskij è il moro, Diagilev è il marinaio, Massine è Arlecchino e Olga Khoklova, la ballerina che diverrà sua moglie nel 1918 è la bambina. Quanto a lui si rappresentò sotto le sembianze di una scimmia.

Ma quel viaggio segnò anche una svolta nel suo percorso artistico, fu il momento del passaggio dal periodo cubista a quello cosiddetto neoclassico.

Se le opere più rappresentative del periodo cubista sono quadri come “Les demoiselles d’Avignon” o “Il poeta” oppure “Il suonatore di fisarmonica”, quelle del periodo neoclassico sono quel sipario per il balletto “Parade”, il “Ritratto di Olga in poltrona” oppure quel “Paolo vestito da Arlecchino”.

Quando, proveniente da Roma, Picasso mise piede, per la prima volta a Napoli, il 9 marzo 1917 non aveva ancora compiuto 36 anni. Si era nel pieno della Grande Guerra ed il soggiorno durò dal 9 al 13 marzo. Egli andò ad alloggiare all’Hotel Vesuvio insieme a Sergej Diagilev, impresario dei Ballets Russes, al coreografo Leonide Massine, ed al poeta Jean Cocteau. Durante il soggiorno misero a punto le idee per la realizzazione di “Parade” che andò in scena al Theatre du Chatelet di Parigi, il 18 maggio dello stesso anno. Nel programma di sala da lui redatto Cocteau definì l’opera “surrealista”. Durante quel primo soggiorno il gruppo si recò anche in vista a Pompei e ad Ercolano e di quella esperienza restano tre foto scattate a Picasso e a Massine da Cocteau. Lungo le strade di Pompei, il pittore raccolse una foglia di alloro, come souvenir per Apollinaire e su di essa scrisse: “ Al mio amico Apollinaire

Tornato a Napoli, commentò: “Pompei chiude alla quattro, Napoli non chiude mai, è una performance non stop.

Un mese dopo, il pittore tornò nella capitale del sud e si trattenne, insieme a Cocteau, Diagilev e Massine dal 16 al 22 aprile. Durante il viaggio in treno da Roma a Napoli, riuscì a fare il ritratto di Massine nel giro di cinque minuti. Al pittore che affermava di trovarsi bene a Roma Cocteau rispose: “A Roma c’è il papa, Dio è a Napoli”. Anche questa volta il gruppo soggiornò all’’Hotel Vesuvio.

Andava in scena, al San Carlo, in quei giorni il balletto “Le femmes de bon houmeur”, per il quale Massine aveva realizzato le coreografie. Ma lo spettacolo fu un clamoroso flop. Alla fine della rappresentazione il pubblico si alzò in piedi ed abbandonò la sala. Dopo la seconda serata, andata ugualmente male, lo spettacolo fu cancellato.

In quei giorni Picasso e Stravinskij presero a girare per le vie di Napoli affascinati dalla vita che quel popolo estroverso, variegato e rumoroso conduceva. I due si aggiravano per bettole, rigattieri e bordelli. Nei giorni che seguirono i due amici ebbero modo di visitare il Museo di San Martino ed il Museo Archeologico.  Presso un antiquario acquistarono delle guaches rappresentanti il Vesuvio e la Pulcinella. Rientrato a Parigi il compositore dedicherà una sua composizione alla maschera simbolo di Napoli e la porterà in scena il 15 maggio 1920. Anche stavolta affidò a Picasso la realizzazione dei costumi.

Nelle sue memorie scrisse: “Lì passammo alcune settimane in stretta compagnia ed entrambi fummo molto colpiti dalla commedia dell’arte, che vedemmo in una affollatissima saletta che puzzava d’aglio.”

Una delle cose che maggiormente impressionarono il pittore, durante, quella sua permanenza all’ombra del Vesuvio fu l’anfiteatro di Pompei. In esso immaginò che potesse andare in scena l’opera per la quale stava realizzando le scene ed i costumi.

Ma l’esperienza napoletana aveva assai colpito Jean Cocteau, il quale, tornato a Parigi, in una lettera a sua madre così scrisse: “Credo che nessuna città al mondo possa piacermi più di Napoli. L’Antichità classica brulica, nuova di zecca, in questa Montmarte araba; in questo enorme disordine di una kermesse che non ha mai sosta. Il cibo, Dio e la fornicazione ecco i moventi di questo popolo romanzesco. Il Vesuvio fabbrica tutte le nuvole del mondo. Il mare è blu. Scaglia giacinti sui marciapiedi.”

 

 

 

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