Il racconto della domenica di Giuseppe Esposito

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La dismissione-

La notizia era esplosa con violenza inattesa: “Il presidente è morto”. Aveva fatto rapidamente il giro di tutti i reparti della LUX. La gente, sconcertata, aveva avvertito un brivido di paura. Era di colpo in balia del proprio destino. Il garante delle loro vite era scomparso. Vanificando  quelle certezze  che su di lui poggiavano. E, si diceva, era morto suicida, sconfitto dalla vita e da un male che lo avrebbe condannato ad una lunga inutile agonia. Aveva scelto che a decidere fosse lui e non il destino cieco. L’ultimo baluardo, tra una realtà tempestosa e coloro che nelle sue fabbriche  operavano, era crollato. Molti  lavoratori della LUX erano cresciuti con essa. Assunti giovanissimi si erano costruiti una vita all’ombra del marchio prestigioso e della sicurezza loro garantita. Poi anche per la loro azienda erano giunti i tempi difficili, ma il vecchio comandante aveva impegnato tutte le sue risorse, accumulate negli anni dell’abbondanza per salvare le fabbriche che considerava come dei figli. Aveva respinto ogni consiglio di ristrutturazione o delocalizzazione, a differenza di tanti altri  e aveva investito del suo nell’ammodernamento  delle fabbriche ed aveva avuto ragione del mercato. Ora, scomparso dalla scena, i suoi eredi,  con l’azienda, non avevano alcun legame d’affetto e avevano deciso di dismettere e dedicarsi all’attività che oggi prevalente, la finanza.

Italo De Filippo era entrato in fabbrica quasi ragazzo. Faceva l’elettricista ed era stato assegnato alla manutenzione, nello stabilimento di Palma. Dopo tanti anni quelle macchine da cui usciva la produzione, non avevano più segreti per lui. Ne aveva seguito l’arrivo, l’installazione, le aveva modificate. Conosceva, della fabbrica, ogni segreto, ogni recesso, ogni cunicolo di  cavi e di tubi.  Ascoltava la voce delle macchine e da essa capiva il loro stato di salute e se fosse il caso di intervenire e come.  Distingueva una macchina dall’altra. Poi colpito dalla notizia ferale,  aveva intuito il destino cui sarebbero stati abbandonati. E l’ordine era arrivato, la produzione era cessata e le macchine andavano smontate per essere spedite altrove. Lo stabilimento si era svuotato. Nessuna voce echeggiava più sotto le alte volte ed Italo era rimasto con pochi compagni ad assolvere l’ingrata missione di dissezionare quel grande corpo che era stato la sua ragione di vita. Si era accinto a quel compito con la delicatezza e l’amore come si trattasse di corpo vivo. Nel silenzio mortale che  aleggiava sotto quelle volte un tempo riverberanti i suoni della vita si era accinto al suo compito. Era un lavoro lungo e per qualche  tempo nessuno dall’alto si era fatto più sentire. Italo, come quei malati che, nelle pause del dolore, si illudono che il male possa aver allentato la sua presa, aveva cominciato a sperare che  a Milano qualcuno potesse aver mutato parere sulla loro sorte.

Quella  specie  di sospensione del tempo li indusse a sperare e la speranza diventava ogni giorno più grande, in modo irrazionale. Cominciarono di nuovo a sorridere. Sebbene in fabbrica non fossero rimasti che loro presero a credere che quelle macchine allineate,  col loro corredo di cavi e di schemi, potessero tornare a far vibrare le volte metalliche. Immaginarono i colleghi tornare ad affluire e rendere vivi  quegli spazi ora vuoti. Italo si aggirava nei reparti e le macchine allineate gli sembravano come in attesa di un improvviso ordine di start-up. Rivide il flusso dei camion sui piazzali, l’attività frenetica di carico e scarico. Si era forse trattato solo di un sogno? Inforcava la bici di servizio e faceva il giro del perimetro della fabbrica, osservava i magazzini, il depuratore delle acque, il nuovo distributore dei carburanti. Rivedeva presso la macchina del caffè i capannelli dei compagni intenti a discutere di calcio e di donne. E’ impossibile si diceva che tutto questo sia finito, doveva per forza ricominciare. Nessuno poteva aver avuto il cuore di condannare le centinaia di famiglie, che avevano gravitato attorno alla fabbrica, alla povertà.  E’ inevitabile che tutto ricominci, non c’è ragione alcuna per distruggere tutto ciò che abbiamo amato, si diceva. Quando questo pensiero giunse a radicarsi nella sua mente, venne  il  mattino in cui, arrivando, Italo vide sul piazzale una fila di camion. Era la stessa di quelle di un tempo, ma, stavolta, comprese, che  era invece il segnale della fine. Assistette impotente allo svuotamento dei capannoni e sentì una stretta al cuore nel vedere con quanta malagrazia quegli estranei maneggiavano le sue macchine, come  fossero dei ferri vecchi.

Quando tutto ebbe termine, passò per l’ultima volta attraverso i capannoni. Le volte rimandavano ora solo l’eco dei suoi passi. Uscì dal cancello, come i tanti che l’avevano preceduto e non volle voltarsi  indietro. Pochi mesi dopo le ruspe della speculazione edilizia.  Molti di quelli che avevano conosciuto iniziarono a dimenticare ed i nuovi arrivati ignoravano che fosse mai esistita una fabbrica. Una realtà  il cui nome è, oggi, simbolo di un tempo che non, può tornare. Le strade una volta animate, nelle ore antelucane, da quanti entravano o uscivano dagli opifici, ora sono deserte, attraversate, talvolta dalla lucida disperazione di quanti sono finiti nel gorgo di questi tempi nuovi che hanno privato intere categorie della loro identità.

Disegno a cura di  Sergio Del Vecchio

 

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