Il racconto della Domenica di Giuseppe Esposito

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Una Pasqua di guerra- di Giuseppe Esposito-

Il giorno di Pasqua, pur in apparenza di tranquillità e quasi di allegria, non poteva essere più malinconico e più tormentato, sotto le apparenze di amara mestizia. Iermattina, appena ebbi finito di scriverti ed ebbi consegnata la lettera al postino, andai in Piazza d’Armi. La Piazza d’Armi è un grande spiazzato già coperto d’erba ed ora nudo e stentato per il gran passare dei soldati e intorno intorno, dove finisce lo sterrato ha una corona di alberi ancora senza foglie. Era una giornata grigia e caliginosa e quando entrai in quel campo, ebbi un senso di malinconia, vedendo profilati sullo stesso sfondo azzurrastro dei monti che terminano la pianura, quegli alberelli desolati, uno accanto all’altro che, coi loro rami esili e senza fogliame, costituivano un merletto bruno troppo invernale per il giorno di Pasqua”.

Così, il primo aprile del 1918, giorno di Pasqua, scriveva Piero Calamandrei alla sua futura moglie Ada Cocci. E la malinconia ci assale anche oggi nell’imminenza della Pasqua del 2020. Oggi siamo immersi in una guerra d’altro genere, ma non per questo meno terribile e contro un nemico invisibile, ma inesorabile che incute paura. Lo spiazzo desolato di Calamandrei è per noi il pezzo di città che vediamo dai nostri balconi, privo dell’animazione consueta e con in più lo struggimento, il rammarico di non poter godere del sole di questo aprile quasi estivo. Noi chiusi in casa e fuori l’esplosione della natura con gli alberi che rinverdiscono ed i primi fiori che fanno capolino. Sembra che la natura voglia farsi beffe di noi e che sia risorta, in questa primavera, più bella che mai.

Le acque di fiumi sono tornate limpide e pesci guizzano argentei laddove fino a poco tempo fa  le acque erano torbide. Anche le acque del mare, quello di Salerno e, mi dicono, quelle di Napoli si mostrano chiare e trasparenti come ormai non si conoscevano più.

Fino ad ora ognuno di noi ha cercato di fare esercizio di ottimismo. Ognuno di noi ha preso a dire, forse prima a se stesso e poi anche agli altri: “Andrà tutto bene”, in maniera ingenua e un po’ fideistica. Un ottimismo che speravamo contagiasse tutti e che ci aiutasse a vincere l’angoscia di questa clausura che, col passare dei giorni, comincia a pesare sempre di più. Fingevamo di credere assolutamente che passata la bufera tutto sarebbe tornato come prima, ma sotto sotto un piccolo genietto molto razionale comincia ad insinuare un dubbio. Il dubbio che in realtà nulla potrà mai più essere come prima. La pandemia in atto non ha eguali nella storia per dimensione e rapidità di diffusione. E di fronte ad essa ci troviamo disarmati come lo era l’Italia di fronte alle pestilenze di un tempo. Siamo privi di ogni rimedio, di una medicina che possa combattere l’agente patogeno sconosciuto. Per il vaccino occorrerà tempo, troppo ancora. Come un tempo si contano i morti e si spera che la morsa del morbo si allenti. Addirittura si sente dire che a New York il governatore Andrew Cuomo avrebbe in mente di approntare delle gran fosse nel cuore di Central Park, per porvi i cadaveri che gli obitori cittadini, tra poco, non saranno più in grado di accogliere. E la notizia mi fa correre un brivido lungo la schiena. L’America, il Paese che da sempre ci è apparso potente e progredito, costretto a scavare fosse comuni per i suoi morti. La natura sembra si stia prendendo la sua rivincita contro la nostra prepotenza contro di essa e ci ha risospinto indietro nel tempo, alle pestilenze di manzoniana memoria. Ed i paralleli con la peste del 1630 non mancano. La lugubre fila di mezzi militari che da Bergamo o da Brescia trasportano altrove i cadaveri da cremare, non vi fa venire in mente i carri dei monatti? E la disperazione dei parenti che non possono accompagnare i loro defunti verso il luogo in cui dormiranno essi il sonno eterno non vi fa ricordare quella della madre della manzoniana Cecilia?

Il dubbio che la fine di questa immane tragedia sia ancora di là da venire e che il nostro futuro sia avvolto in una greve caligine ci riempie di paura. E constatare che nemmeno in questi frangenti l’egoismo del denaro cessa e chi potrebbe mostrarsi solidale rifugge ci riempie di nero sconforto. Questa pandemia è arrivata a segnare una profonda cesura tra il prima e il dopo. Cominciamo a temere di dover pagare a caro prezzo i nostri comportamenti scellerati e le politiche improntate al più profondo egoismo. E come accade in questi momenti, sentiamo che ci rimane solo un conforto, una speranza, la religione e sentiamo di doverci volgere a quel Dio cui anche l’ateo Manzoni si convertì ad un certo punto della sua vita. Che quel momento sia giunto anche per noi? Che fare, affidarsi all’Altissimo, sperare e far nostre le parole di Manfredi nel terzo canto del Purgatorio dantesco?: “ … Orribil furo li peccati miei; ma la bontà infinita ha sì gran braccia/ che prende ciò che si rivolge a lei”.

E se il pensiero di Dio potrà esserci di conforto io non posso far altro che augurarvi Buona Pasqua e auspicare, che essa riacquisti il vero significato smarrito fino a ieri che la speranza possa tornare ad albergare nei nostri cuori.

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