Il racconto della domenica di Giuseppe Esposito

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Napulitanata- di Giuseppe Esposito-

In queste notti insonni, inevitabilmente riaffiorano i ricordi. Memorie che credevo sopite si affollano davanti ai miei occhi sbarrati nel buio: mia madre, i nonni e Assunta e Lidia ed infine da tanto lontano mio padre.

Mio padre che ci lasciò la domenica precedente quella del terremoto dell’Ottanta. Un uomo mite, ma della vecchia scuola per cui “’e figie se vasano ‘nsuonno”. E mio padre alla mitezza di carattere univa un riserbo estremo che gli impediva quasi di palesare i  suoi veri sentimenti.  Quei sentimenti difficilmente affioravano, soprattutto nel rapporto coi figli. E di quella riservatezza egli ha lasciato, impressa nei miei geni, un’orma profonda e di essa, so, che i miei figli hanno sofferto. Anche perché è venuta loro a mancare, prematuramente la madre, cui nella famiglia era demandata l’effusione del sentimento. Eppure il ricordo che ho di mio padre è lieve e dolce. Il suo amore ed il suo animo trasparivano, involontariamente, all’improvviso in rari momenti Uno di questi, che non sapevo fosse rimasto impresso così profondamente nella memoria, riaffiora spesso, di recente ed in esso osservo mio padre radersi davanti allo specchi del bagno in quella nostra casa di via Zara. E sempre quella casa mi torna in mente inondata di sole. È come se, in quel tempo, una sola stagione accogliesse le nostre vite: un’eterna estate. Ed in una di quelle mattinate estive, io osservo, dal basso in alto, mio padre che si rade, mentre dalle sue labbra socchiuse si effondono, appena mormorate le parole di una canzone:

Addò me ne vogl’Ji’ t’’o ddico e crideme /addò se ne po ji’ chi è stanco ‘e chiagnere?/scalinatella sglie ‘ncielo/o scinne a mare/cercammella,/truovammella,/portame a chella sciaguratella./Chella s’è nnammurata ‘e nu pittore/Ca pitta Capri e parla furastiero./E io porto ‘mpietto nu dulore ‘e core/E senta ca m’accide stu pensiero/

Ed io bambino sentivo che in quelle note, appena sussurrate a fior di labbra, si effondeva l’animo di mio padre e lo conoscevo come non avrei potuto, nemmeno, con un milione di parole. E capivo, senza bisogno di spiegazione come nella canzone di Napoli vivesse l’essenza dei suoi figli. Intuivo la natura di quel legame così viscerale che li teneva uniti alla loro città e del loro bisogno di gridare la mondo il loro amore per essa e la loro gioia di vivere sotto quel cielo o lontano dalla patria. E non trovando spesso parole proprie il loro amore si esprime attraverso le parole dei poeti e dei musicisti, che si sono fatti interpreti di quel sentimento, poiché ad essi è stato conferito il dono di esprimere, anche per gli altri, ogni sfumatura dell’animo napoletano e la sua voglia di vivere ed il suo dolore.

Allora possiamo dire che una delle funzioni della canzone napoletana, o forse la principale tra esse, ed il motivo del suo successo, sta essenzialmente in questa sua capacità di portare in giro per il mondo la nobiltà, la tenerezza e la gioia di vivere insita nell’animo napoletano a dispetto di ogni contingente difficoltà. Ivi compresa la tragedia in cui siamo immersi in questi giorni ed alla quale possiamo trovare nelle note di una canzone napoletana quel conforto difficile da trovare altrove.

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