Il racconto della domenica di Giuseppe Esposito

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Ritorno a Napoli- di Giuseppe Esposito-

L’altro ieri sono tornato a Napoli, la mia città ed ho sentito, per la prima vota ch’essa, quasi mi respingeva. Mi trattava come un’amante tradita e mi teneva il broncio. Mi accusava di aver reciso, per sempre anche il mio ultimo legame fisico con lei. Alcuni mesi orsono ho infatti venduto la mia casa su al Vomero e di questo Napoli me ne faceva una colpa. Ed io? Io cercavo di difendere le mie ragioni. Sei tu l’ingrata, le andavo dicendo, tu che hai costretto me e tanti altri tuoi figli a rivolgersi altrove per guadagnarsi il pane. Io ho seguito l’onda della vita e sono approdato ad altri lidi. Ho mantenuto quel legame con te finché ho potuto, ma la vita ha le sue urgenze ed alla fine quell’ultimo approdo nella tua terra, nella terra che è stata la mia, sono stato costretto a tagliarlo.

Anche i miei figli sono altrove e tutti gli altri affetti sono in un avello di Poggioreale. Tutto questo pensavo mentre, con una lunghissima scala mobile, risalivo dal ventre della città, dai binari della metro verso la stupenda stazione di Toledo. E poi lungo i marciapiedi di quella strada, tante volte percorsa, come se si fosse trattato del  salotto di casa, sentivo, per la prima volta, il mio passo incerto, e come  se il piede mal si adattasse a quel suolo, improvvisamente divenuto estraneo. Poi sono giunto a San Ferdinando ed una sosta ai tavoli del Gambrinus mi è parso un  gesto dovuto di riappacificazione con Napoli. Mi son seduto e, nell’attesa del mio caffè, ho lasciato che lo sguardo vagasse per l’ampio spazio dell’antico Largo di Palazzo.

L’emiciclo di San Francesco abbraccia sempre la piazza ed i due cavalieri, Carlo e suo figlio Ferdinando sono ancora lì al loro posto e guardano alla loro vecchia dimora. Ma qualcosa v’è che stride e li rattrista. Sebbene lo stemma di Filippo III sia ancora al suo posto al centro della facciata, giù in basso in otto nicchie fanno bella mostra di sé le statue di coloro che hanno regnato sulla città. Ma le ultime due o meglio l’ultima v’è che  offende i due cavalieri al centro della piazza. È la statua dell’usurpatore, di colui che senza aver mai dichiarato guerra al mite lor discendente, Francesco, mandò il suo esercito a conquistare il regno. Per di più continuò a regnare su un paese più grande con l’appellativo di Vittorio Emanuele II, sebbene il primo non vi sia mai stato. E la cosa la dice lunga su come i piemontesi consideravano le altre terre annesse. Delle conquiste e non certo il frutto dell’unione dell’Italia. E quel nuovo nome dato alla piazza, poi, sembra ancor oggi una beffa.

Piazza del Plebiscito. Un nome che ricorda un evento triste e truffaldino. Si pose agli abitanti del regno il quesito sulla loro volontà di unirsi al nuovo regno. E la consultazione si tenne il 21 ottobre del 1860, mentre ancora si combatteva nella fortezza di Gaeta per la difesa e l’indipendenza del Regno delle due Sicilie. Si tenne un plebiscito farsa. Già il 15 di quello stesso mese, infatti, il dittatore Garibaldi aveva affermato che “Le due Sicilie fanno parte integrante dell’Italia e che egli avrebbe deposto la dittatura nelle mani del re. Ovviamente Vittorio Emanuele II.

Ma la farsa di quella consultazione non sta solo nei tempi, quanto e più ancora nelle modalità.

La formula con cui i votanti dovevano esprimere la loro volontà era la seguente: “Il Popolo vuole l’Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele re costituzionale ed i suoi discendenti”. Il voto sarà espresso col Si o il NO, a mezzo di un bollettino stampato. Ma era accaduto che, giorni prima che la consultazione si tenesse, sui muri erano stati affissi manifesti in cui si dichiarava nemico della patria chiunque si fosse astenuto o avesse dato voto contrario all’annessione. Il Plebiscito burla avvenne in un clima intimidatorio. In giro per la città erano stati sparpagliati camorristi e garibaldini  che cercavano di convincere con le maniere e i modi più sbrigativi come si doveva votare, cercando di sforzare la volontà altrui. In ogni seggio vi erano due urne palesi, quella con il No era vigilata da nazionali e camorristi. (N. C. D’Amelio : Quel lontano 1860).

Tra un’esibizione di bandiere tricolori con lo stemma sabaudo e l’occhiuta vigilanza di addetti e guardie e curiosi accalcati in entrata, ogni segretezza del voto era pia illusione. (G. Campolieti, Re Franceschiello.)

Quei pochi che ebbero il coraggio di votare contro subirono minacce fisiche e violenze, fatti che fecero persino dire all’inglese Mundy: “Un plebiscito a suffragio universale, svolto in tali condizioni non può essere ritenuto veridica manifestazione dei sentimenti del paese.”

E dello stesso tenore furono le affermazioni di Lucien Murat: “Le urne stavano tra la corruzione e la violenza. Non più attendibili apparvero gli scrutini. Specialmente i garibaldini si erano divertiti ad andare a votare più volte e, certamente, nessuno pensò di impedirlo ai galantuomini delle città di provincia.”

Insomma “Si fece ricorso a ogni trucco nel voto e negli scrutini per ottenere il risultato plebiscitario voluto.” (P.G. Jaeger: Francesco II di Borbone, ultimo re di Napoli”)

Noi napoletani ancora oggi subiamo l’onta della memoria di quella truffa. E questi ricordi, questa dolente malinconia mi ha riconciliato con la mia patria, ingiustamente declassata da capitale europea a città negletta e come di provincia e ha fatto si che le  perdonassi la sua scontrosa accoglienza.

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