Il racconto della domenica di Giuseppe Esposito

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Donne di Napoli nella storia: Giovanna d’Aragona, duchessa di Amalfi. -di Giuseppe Esposito-

Vi sono donne nella storia che si sono distinte per le loro doti, a dispetto del fatto che la società ha sempre tentato di tenere ai margini le figure femminili in ogni ambito, da quello delle arti a quello della politica. Occorrevano dunque doti fuori dal comune per emergere e lasciare il segno.

Giovanna d’Aragona fu una donna coraggiosa in conflitto con la società del tempo e vittima dei suoi pregiudizi. La sua vita fu segnata dalla tragedia fin dalla nascita. Nata nel 1477, ad appena un anno perse suo padre Enrico d’Aragona, fratello del re di Napoli Ferrante. Enrico era stato inviato dal re a riscuotere i tributi ed era stato ospitato nel castello di Terranova di Sibari da Marino Correale che lo uccise servendogli dei funghi avvelenati. Quindi Giovanna crebbe accudita solo dalla madre Polissena Ventimiglia dei marchesi di Gerace, insieme ad altri quattro fratelli. Andò in sposa all’età di soli quattordici anni al duca di Amalfi Alfonso Todeschini Piccolomini, nipote del papa Pio III.

Purtroppo all’età di vent’anni Alfonso morì lasciandola vedova con un figlio in grembo. Giovanna rimasta sola ad amministrare le immense proprietà ereditate dal marito, si avvalse dell’aiuto del patrizio napoletano Antonio Beccadelli, che era al servizio del re in qualità di maggiordomo. Il Beccadelli era maggiore di lei di soli due anni e tra i due nacque un rapporto d’amore. Rapporto osteggiato dai fratelli a causa della differenza di ceto tra i due amanti. Ma questi, a dispetto di ogni opposizione, si sposarono di nascosto ed ebbero anche due figli. Ma il segreto di quel matrimonio morganatico non poteva durare e quando il fratello di lei, il cardinale Luigi D’Aragona, ne venne a conoscenza, decise che l’onta andava lavata col sangue, come all’epoca avveniva piuttosto di frequente.

Giovanna ed i figli furono richiusi nella torre dello Ziro di Amalfi e poi uccisi, nel 1510. Il marito Antonio riuscì a rifugiarsi nel ducato di Milano, ma nonostante tutto fu rintracciato ed assassinato dai sicari del Cardinale. La leggenda vuole che ancor oggi il fantasma di Giovanna si aggiri tra le mura dell’antica torre. Una tale vicenda, così tragica ha ispirato autori di ogni epoca. Il primo a scrivere di lei fu l’inglese John Webster la cui opera “The duchess of Malfi”, pubblicata nel 1614, è una delle più importanti del teatro elisabettiano.

Seguì nel 1618 lo spagnolo Lope De Vega, tra i maggiori autori dell’iberico siglo de oro, che scrisse la tragedia “El mayordomo de la duquesa de Amalfi”.

Ma il primo a far cenno della triste vicenda di Giovanna fu l’italiano Matteo Bandello che così riporta: Questi giorni una figliuola di Enrico di Ragona e sorella del  cardinal Aragonese, morto il marito che era duca di Malfi, prese per marito il signor Antonio Beccadelli, nobile vertuoso ed onestamente ricco che era stato col re Federico di Ragona per maggiordomo. E perché parve che digradasse, le gridarono crociata a dosso e mai non cessarono finché insieme col marito ed alcuni figliuoli l’ebbero crudelmente uccisa. Cosa, nel vero, degna di grandissima pietà. Onde non essendo ancora l’anno che il signor Antonio fu miseramente, qui in Milano, amazzato.

L’ultima che di recente si è occupata della tragedia di Giovanna è stata, nel 2002, la scrittrice italo inglese Barbara Banks Amendola, col suo “The mystery of teh Duchess of Malfi” in cui, sfruttando al massimo le scarse notizie, riesce a ricreare il clima che regnava in Italia nel XV secolo, quando il paese era conteso tra i re di Francia e di Spagna e le grandi famiglie italiane, dai Borgia ai Medici e dai Gonzaga agli Estensi, cercavano di ritagliarsi un proprio ruolo, Il romanzo, che si legge come un giallo di Agata Christie, è una vera e propria full immersion in quel secolo lontano. Della sua protagonista la Banks dice: “È il paradosso e la complessità della vita il vero fulcro d’interesse. Ma la verità sta nel fatto che era una donna fuori dal suo tempo, in conflitto con la società del suo tempo, una figura nella quale molte donne possono indentificarsi tuttora.”

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