Il quotidiano simbolo di Milano ha un padre napoletano

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Il racconto della domenica di Giuseppe Esposito-

L’organo di stampa più importante, quello che vanta la maggior tiratura nel nostro Paese, vero e proprio simbolo per quella Milano che spesso si proclama, orgogliosamente, capitale morale d’Italia e che ha avuto la sua sede, per più di un secolo, in via Solferino, Il “Corriere della Sera” insomma, ha un padre napoletano.

Del resto, quante delle imprese milanesi devono la loro nascita ed il lor successo ad uomini venuti da altre parti d’Itala o da altri Paesi? Sono tante e per citarne qualcuna possiamo ricordare che la Banca Commerciale Italiana deve la sua affermazione, a partire dal 1894, a due direttori tedeschi, Otto Joel e Federico Weil. Mediobanca deve i suoi successi al romano Enrico Cuccia e l’editoria è stata resa grande dal veronese Arnoldo Mondadori, dal triestino Emilio Treves e dal forlivese Aldo Garzanti. L’industria milanese deve molto ai comaschi Pirelli e Falk e al napoletano Nicola Romeo.

Allo stesso modo il più grande quotidiano del paese, il simbolo di Milano, il “Corriere della Sera” deve la sua nascita ad un napoletano: Eugenio Torelli Viollier.

Eugenio nacque a Napoli, dall’avvocato Francesco e da Giuseppina Viollier, il cui cognome aggiunse, poi, a quello paterno. Entrambi i genitori erano al secondo matrimonio. Giuseppina aveva già una figlia, Luisa, e dall’unione con Francesco nacquero altri tre figli, di cui Eugenio era il primo. Francesco ebbe parte nei moti del 1848. Quando questi furono repressi egli fu messo da parte e la famiglia andò incontro ad un periodo economicamente difficile.  In breve tempo, inoltre, morirono, a poca distanza l’uno dall’altra, entrambi i genitori e Luisa dovette prendersi cura dei tre fratellastri.

Nel 1860 Eugenio si arruolò tra i Mille e prese parte all’impresa. In quell’occasione conobbe Alessandro Dumas che seguiva Garibaldi. A Napoli lo scrittore francese si fermò per circa tre anni e vi fondò anche un giornale, “L’indipendente”, nella cui redazione Eugenio fece le sue prime prove di giornalismo. Quando Dumas rientrò a Parigi, Torelli lo seguì e completò lì la sua formazione. Intanto l’editore Sonzogno lo invitò a lavorare con lui a Milano ed egli accettò. Dopo aver collaborato per qualche tempo con Sonzogno ebbe l’idea di fondare un giornale tutto suo.

Nacque così il “Corriere della Sera”.

Bisogna riconoscere che Eugenio seppe pianificare tutte le mosse per la nascita del giornale, a partire dall’orario di uscita che, per lungo tempo rimase serale, alla impaginazione, alla scansione delle materie ed infine alla linea politica da seguire.

La prima uscita risale al 5 – 6 marzo 1876. Messa  a punto la formula trovò in Benigno Crespi, ricco imprenditore tessile, originario di Busto Arsizio. Il Crespi assicurò al giornale i fondi necessari a garantirgli il futuro.

Nella linea da adottare Torelli si ispirò ai quotidiani britannici, ritenuti già allora esemplari per l’obbiettività con cui riportavano i fatti, separandoli dalle opinioni. L’appoggio di Crespi e l’ispirarsi alla stampa inglese permisero a Torelli di affrancarsi dall’ideologismo imperante nei giornali italiani dell’epoca e creare un giornale davvero moderno e libero.

La sua filosofia era quella di fare un giornale che rispondesse a diverse esigenze nella società, frutto di un lavoro collettivo, ma frazionato nelle diverse specializzazioni. Volle una redazione numerosa in cui ognuno si interessava solo delle materie che conosceva.

La funzione del direttore era, nella sua concezione, analoga a quella del direttore d’orchestra, armonizzare cioè le varie anime e dare la linea editoriale. Egli interveniva direttamente solo quando vi era la necessità di ribadire e di chiarire ulteriormente l’indirizzo generale.

Il giornale doveva seguire ogni aspetto della società dalla cronaca spicciola al bollettino di borsa.

Eugenio era convinto che il successo del giornale dipendesse dalla sua indipendenza, dalla attendibilità guadagnata e, soprattutto, dalla qualità degli articoli. Aveva già pensato di far ricorso a corrispondenti dall’estero e di utilizzare gli inviati, che egli chiamava redattori viaggianti.

Politicamente egli teneva per i moderati che governavano il Paese fin dal 1860, ma una decina di giorni dopo la prima uscita del giornale, essi dovettero cedere la guida alla sinistra. Torelli fissò la linea che avrebbe seguito il giornale fin dal suo primo editoriale: massima indipendenza e libertà di giudizio. A suo parere i giornali troppo ideologici, dopo un po’ stancano perché monotoni nello stile e scontati nei giudizi.

L’impostazione politicamente moderata guadagnò al neonato Corriere la simpatia della borghesia e della classe imprenditoriale nazionale che vedevano in esso l’apertura sociale e la larghezza di vedute, necessarie ad un Paese che cominciava a muovere i suoi primi passi.

A quell’epoca il giornale aveva raggiunto un’autorevolezza ed un prestigio enorme in tutto il Paese.  Fu il periodo in cui conobbe Luigi Albertini che considerò il suo successore alla guida del quotidiano.

Nel 1875, Eugenio aveva sposato Maria Antonietta Torrini istitutrice e scrittrice. Una donna moderna, estroversa ed indipendente usa frequentare i migliori salotti milanesi. Un anno dopo il matrimonio aveva accolto in casa la sorellastra Luisa, rimasta sola, memore delle cure ricevute da ragazzo, dopo la morte del padre. Purtroppo tra Luisa e Maria Antonietta sorse subito una antipatia reciproca e spesso vi furono delle liti piuttosto violente. A ciò si aggiunga che nel 1888 accolse in casa anche Eva, una nipote della moglie rimasta sola per la morte dei genitori. Il Torelli ammirava molto la vivacità intellettuale della ragazza, ma questo suo apprezzamento fu frainteso da Maria Antonietta che sospettava una relazione tra i due; un giorno infatti, ella fece una terribile scenata di gelosia contro la nipote, salvo, poi pentirsene e sentirsi in colpa. Per questo, presa dallo sconforto, si tolse la vita, gettandosi giù dalla finestra. Dopo di allora Eugenio non volle più saperne di trovarsi un’altra compagna.

Per uno strano paradosso, mentre le vicende familiari precipitavano, le sorti del giornale andavano invece a gonfie vele. A partire dal 1888 il quotidiano  aveva cominciato a produrre profitti. Aveva superato di molto la soglia delle 100.000 copie.

Torelli, stanco, cominciò a diradare la sua presenza in via Solferino, continuando però anche se da lontano, la sua influenza. Il 31 maggio 1898 lasciò la direzione nelle mani di Domenico Olio e nominò Albertini direttore amministrativo del giornale. Questi, poco tempo dopo acquistò le prime rotative cilindriche, mai prima adoperate in Italia, e fondò il supplemento domenicale “La Domenica del Corriere”. Il giornale aveva ormai aveva raggiunto una tiratura di un milione e mezzo di copie.

Dopo poco Eugenio Torelli Viollier moriva all’età di soli 54 anni. Era il 26 aprile 1900.

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