Il Presepe napoletano: l’uomo che cerca e Ciccibacco

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-di Giuseppe Esposito-

La trentacinquesima figura del nostro presepe napoletano è costituita dell’uomo che cerca con la lampada. Essa rappresenta l’animo umano nella sua componente sia emozionale che razionale. Entrambe si purificano attraverso il cimento sostenuto per uscire dalle tenebre, per arrivare a godere della  luce divina della rivelazione.

La trentaseiesima sarebbe quella del corteo dei Magi di cui abbiamo già detto nel trattare del significato della Grotta della Natività. Possiamo qui aggiungere che l’arrivo dei Magi davanti alla grotta rappresenta la sconfitta degli dei pagani falsi e bugiardi ed il trionfo del vero e unico Dio, il quale ha inviato il proprio Figlio sulla terra per redimere gli uomini dal peccato.

A questo punto sul ripiano più basso del nostro presepe troviamo di fronte a noi tre grotte. Quella centrale, la più grande è quella che ospita la natività. Le due laterali, più piccole accolgono una la taverna e l’altra un carro trainato da una coppia di buoi, carico di botti di vino e guidato da un personaggio dall’ aspetto panciuto e rubicondo. È questi colui che porta il nome di Ciccibacco. O meglio, ”Ciccibacco ‘ncoppa ‘a votta”, come è chiamato comunemente dai napoletani. Il carro da lui condotto è uno di quelli a due ruote che erano un tempo assai comuni nelle campagne napoletane e che, fino a qualche decina di anni fa, si potevano anche vedere in giro per le strade cittadine, poiché essi recavano in città i prodotti dei campi.

Il personaggio alla guida, dall’apparenza bonaria, ha un  incarnato sembra richiamare il colore di quel vino che egli trasporta nelle botti. Si potrebbe, dunque pensare che questo personaggio sia di importanza trascurabile,  che sia il simbolo dell’allegria legata al vino ed all’ebbrezza che esso può dare.  Ma noi sappiamo che sul presepe nulla è casuale ed ogni cosa risponde ad un ben preciso schema simbolico. Dunque gli elementi che ci indirizzano verso la comprensione del simbolismo nascosto in questa figura sono due: il primo è la vicinanza alla grotta, ossia la prossimità al simbolo del mistero che la Natività rappresenta ed il secondo è il rapporto con il vino. Bevanda questa nota agli uomini fin dalla notte dei tempi.

Questi due elementi rimandano, senza dubbio, a figure della mitologia greca e romana. Tra le figure presenti in quei miti quella cui possiamo accostare il nostro Ciccibacco è senz’altro quella del Bacco romano e del suo omologo greco Dioniso. Del resto il carro del nostro Ciccibacco è preceduto e seguito da un corteo di pastori vestiti di pelle di capra e che soffiano nei loro strumenti musicali, pifferi e zampogne. Il che ci riporta alla mente  quei miti orgiastici celebrati un tempo in onore del Bacco/Dioniso. Si rifletta poi sul fatto che il nome stesso scelto per il nostro personaggio sembra composto di due parti: la prima Cicci, starebbe per Ciccio, ossia Francesco, nome maschile assai diffuso in tutto il meridione, mentre la seconda parte non è altro che il nome della divinità della mitologia romana, dio del vino e del piacere dei sensi. Egli era sovente ritratto un po’ ebbro e con una coppa di vino tra le mani, oppure mentre impugnava il tirso, cioè il bastone rituale che satiri e menadi impugnavano durante i riti celebrati in suo onore.

Insomma il nostro Ciccibacco per la sua posizione sul presepe ed il suo richiamo ai miti classici sembra poter rappresentare la vicinanza tra il sacro ed il profano. Sembra voler indicare quanto sottile sia il confine tra il bene ed il male che lottano su questa terra l’uno contro l’altro, in un combattimento che non ha mai fine.

Talvolta, invece cha alla guida di un carro, il nostro personaggio è rappresentato con in mano un fiasco di vino, palesemente in preda all’ebbrezza del vino e seduto su una botte, nei pressi della taverna. Da qui il modo di dire napoletano all’indirizzo di chi appare alquanto brillo:

“Me pare Ciccibacco ‘ncoppa ‘a votta!”

Una diversa interpretazione del personaggio di Ciccibacco è quella fornita da alcuni autori, tra cui Italo Sarcone che, nel suo libro sul presepe, collega Ciccibacco non a Dioniso ma la suo precettore Sileno. L’abbrezza di Sileno va interpretata come saggezza e quindi conoscenza della verità, al di là delle apparenze immanenti.

Va inoltre ricordato che il vino, insieme al pane, è stato adottato nella liturgia cristiana come strumento di purificazione e sono la materia dell’Eucaristia. Il frutto della vite ha insomma accompagnato l’umanità fin dai primordi, improntando di sé la mitologia e le religioni che si sono succedute nel corso della storia umana. Non poteva pertanto mancare un richiamo ad essa sul nostro presepe che della storia, delle tradizioni e della cultura è lo specchio fedele.

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