Il Presepe napoletano: il simbolismo del cacciatore, pescatore e lavandaia

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-Giuseppe Esposito-

Varie sono le  figure umane del presepe legate al simbolismo dell’acqua. Esse formano in pratica una triade irrinunciabile nella preparazione del presepe popolare napoletano. Ne hanno parlato tanti presepisti, da Italo Sarcone al maestro Roberto De Simone.

Per loro il cacciatore ed il pescatore formano una coppia indissolubilmente legata e sono il simbolo del dualismo eterno tra la terra ed il cielo, tra la vita e la morte, tra l’estate e l’inverno, tra Paradiso ed Inferno.

La loro posizione sullo scoglio è definitivamente fissata dalla tradizione, il cacciatore va posto in alto ed il pescatore in basso sulla riva del fiume. A prima vista, pertanto, potrebbe sembrare che il simbolo celeste sia il cacciatore e, di conseguenza, il pescatore sia un simbolo degli inferi. Occorre però richiamare il concetto che regge il presepe popolare napoletano. In esso, il cammino verso la grotta e quindi verso la luce avviene dall’alto verso il basso. Nell’alto vi sono i simboli del male come il castello di erode e quindi anche il simbolismo della coppia cacciatore/pescatore è invertito. Quello in alto, il cacciatore è il simbolo infernale l’altro, quello in basso, cioè il pescatore è quello celeste, quello cioè più vicino alla luce di Dio.

Il De Simone ricorda inoltre come le attività legate alla caccia e alla pesca sono attività primordiali, le più antiche praticate dall’uomo per garantirsi la sussistenza. Immagini di caccia e di pesca si ritrovano, infatti, nelle pitture funerarie rinvenite nelle più antiche tombe, siano esse egizie, etrusche o italiche.

De Simone ci fa osservare come, nella maggioranza dei casi, i colori del costume del pescatore siano il bianco ed il rosso e ciò, egli ci ricorda non è affatto casuale. Sono quelli infatti i colori anche dell’abito tipico di quelli che sono chiamati in dialetto i fujenti o i vattienti della madonna dell’Arco.  Sono coloro che, da oltre cinque secoli, nelle prime ore delle domeniche che precedono la Pasqua vanno le vie di Napoli e dei paesi circostanti e svegliano, coi loro richiami, i fedeli ancora addormentati.  Essi sollecitano l’attenzione e le offerte dei fedeli a favore del santuario mariano di sant’Anastasia, con le loro grida a metà strada tra l’invocazione e la litania, come questa ad esempio: Chi t’ha fatto sti lividure nun è degno ‘e paraviso! Chi vo’ bene a madonna ‘e ll’Arco ‘nce purtamme stu core ‘argiento!

Quanto al cacciatore, egli appare immancabilmente armato di fucile. Cosa questa che ha spesso attirato l’ ironia di quei piccolo borghesi superficiali che ignorano il valore culturale e metastorico della rappresentazione, immagine moderna di una attività le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Non dimentichiamo inoltre che il secolo d’oro del presepe napoletano fu il secolo XVIII che è, a Napoli, quello di Carlo di Borbone, sovrano che teneva all’attività venatoria ed alla pesca sovra ogni altra cosa e proprio Carlo fu colui che, più di tutti, dette impulso alla diffusione del presepe nelle case di tutti gli abitanti del Regno e che inevitabilmente influenzò anche le forme di esso.

Quanto al pescatore, va ricordato che tra  i primi cristiani  il pesce era il simbolo di Cristo e molte sono le immagini lascate sulle pareti delle catacombe di un pasce o del nome greco di esso: IXTHYS, (Ichtus) e le lettere della parola sono in realtà un acrostico che sta a significare: Iesus Christòs Theòn Uiòs Soter, cioè Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore.

Ed il pesce, animale che può stare sott’acqua senza annegare, rappresenta Cristo che può entrare nella morte restando vivo. Per questo il pesce fu scelto come simbolo di Gesù. Ed i primi cristiani definivano se stessi pisciculi, ossia piccoli pesci.

Se cacciatore e pescatore costituiscono una coppia inscindibile, v’è tuttavia una terza figura che risulta complementare a quella del pescatore ed è quella della lavandaia. Entrambe le figure sono legate all’acqua elemento che, fin dall’antichità, è stato considerato fondamentale per la vita dell’uomo. Secondo il filosofo greco Talete, l’acqua è l’elemento originario di cui sono fatte tutte le cose.

Ma anche nella Bibbia si afferma, nel libro della Genesi, che prima di tutto lo spirito di Dio aleggiava sulle acque che sono, dunque, l’elemento primordiale del mondo.

L’acqua cade dal cielo e feconda la terra, ma è anche il mezzo col quale il Signore punisce e distrugge l’umanità per i suoi troppi peccati. Le manda il diluvio universale. Ma dopo il diluvio, nasce una umanità nuova e ciò ci porta ad interpretare l’acqua anche come elemento di purificazione. Di qui l’importanza della lavandaia che è colei che lavando i tessuti, ne porta via le macchie.

Ma la lavandaia è anche il primo aspetto di un’altra figura quella della levatrice, che ne rappresenta la seconda faccia. La levatrice che è colei che dopo aver estratto il nascituro dal buio del grembo materno lo lava portando via le impurità del parto. La lavandaia completa quindi una triade con la precedente coppia pescatore/cacciatore ed è un richiamo alla rinascita in una dimensione spirituale.

Essa costituisce l’invito a proseguire sempre sulla nostra strada, senza che ci si lasci abbattere dalle difficoltà dell’esistenza. La vita non è un vano vagare, ma essa ha una sua meta precisa e, come dice padre Dante: Tu conoscerai della tua vita il viaggio.

 

 

 

 

 

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