Il ponte vanvitelliano sul Sele

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-di Giuseppe Esposito-

La tenuta di di Persano, di proprietà dei conti De Rossi, era tra quelle preferite da Carlo III per le sue battute di caccia. Ed infatti nel 1758 egli l’avrebbe acquistata e vi avrebbe fatto costruire una bellissima palazzina dal Vanvitelli.

Il 20 dicembre del 1757, il sovrano con tutta la corte erano ospiti, ormai da alcune settimane, dei conti De Rossi per andare a caccia, ma il tempo era stato particolarmente inclemente ed una pioggia ininterrotta aveva flagellato le campagne intorno per 16 giorni di fila. Era stato dunque deciso il rientro a Napoli, ma proprio quel giorno giunse la notizia del crollo del ponte sul fiume Sele. Ponte fatto costruire nel 1625 dagli spagnoli. La violenza delle acque che avevano ingrossato il fiume aveva scalzato uno dei piloni e fatto crollare l’unica campata del ponte. Per rientrare il re dovette attendere il ripristino della scafa, che era stata a lungo in servizio nelle vicinanze del ponte crollato.

Le scafe erano una sorta di grosse zattere che grazie a due carrucole scivolavano lungo una fune tesa tra le due sponde. La fune impediva alla corrente di trascinar via l’imbarcazione che si muoveva grazie alla forza dello scafista, quando era di piccole dimensioni. Altrimenti, per le scafe di grossa dimensione, il traino era garantito dai buoi che la tiravano grazie a delle funi.

Rientrato  a Napoli il sovrano incaricò immediatamente l’architetto di corte, Luigi Vanvitelli di por mano al progetto per il ripristino del ponte. Quegli, avrebbe fatto volentieri a meno di quell’incarico, essendo molto preso dai cantieri per la costruzione della reggia di Caserta, ma non potette sottrarsi all’ordine del re. Si mise all’opera, dunque, anche per il progetto del ponte e fu costretto a fare la spola tra Caserta e Persano. Cosa certo piuttosto disagevole sia per la condizione delle strade, che per i rigori del clima invernale e dei miasmi che salivano dalle anse del fiume nella calura estiva.

Nell’aprile del 1758 il progetto era pronto, ma l’architetto si sentiva inquieto poiché non nutriva nessuna fiducia nei militari del posto, a cui pensava che sarebbe stata affidata la direzione dei lavori, né nelle competenze della manodopera assoldata sul posto, che non poteva scegliere, come invece era avvenuto a Caserta.

Questi timori sono chiaramente espressi in una lettera al fratello del 25 aprile, in cui dice:

Ho terminato il ponte … vedremo se lo eseguiranno bene.

Ed ancora in un’altra comunicazione al fratello così si esprime:

Rispetto all’affare del ponte non solo parlerò chiaro, ma ponerò in scritto che non voglio andare mallevadore della esecuzione non avendo io persona di cui mi possa fidare.

Ma proprio per questi suoi timori, il re pretese di assumersi l’onere anche della realizzazione, essendo preso fin’al furore, poiché era costretto a sospendere le cacce di Persano. Infatti nel periodo invernale, anche la scafa prossima al ponte era inaffidabile e dunque, il collegamento tra la strada regia e la tenuta di Persano era interrotta.

I lavori di costruzione andarono dunque avanti sotto la sua direzione anche se la sua presenza era saltuaria, dovendo seguire anche i cantieri della reggia. Si avvalse in questo frangente della collaborazione del figlio Carlo, come dice in un’altra lettera al fratello del 21 dicembre 1760:

Carissimo fratello, giovedì sera tornai da Persano ove riconobbi tutto quello che devesi fare e adesso per terminare il ponte di Eboli e quello che devesi fare e non si è fatto che male perché non se ne sa … non se ne sa … Carlo fece da giovane aiutante, scrisse …

Ed infine il 3 maggio del 1763 così ancora scriveva al fratello:

Ritorno questa sera da Persano, per passare domani a Caserta, il ponte sta bene e di bella simmetria.

Quel ponte, purtroppo, come tanti altri in Italia, fu fatto saltare dai tedeschi durante la ritirata, nel 1943.

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