Il papà dell’ Alfa Romeo era napoletano

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-di Giuseppe Esposito-

In questi mesi funestati dalla pandemia da Coronavirus abbiamo dovuto assistere anche al triste spettacolo di personaggi deliranti che, non paghi della loro pessima gestione dell’emergenza, hanno avuto la sfrontatezza di affermare la loro superiorità di settentrionali, nei riguardi di quegli italiani che vivono nelle regioni del sud. Addirittura abbiamo dovuto sorbirci i piagnistei di coloro che denunciavano fantomatici attacchi ai lombardi e ai milanesi da parte dei meridionali affetti da inguaribile invidia, verso i primi della classe. Affermazioni che sono giunte anche da parte di personaggi per i quali avevo nutrito fino a qualche tempo fa una certa stima. Non facciamo nomi per carità di patria, ma non possiamo non rilevare come quella supponenza dei primi della classe poggi su basi storicamente sbagliate. Il progresso del nord si è avvalso al momento della cosiddetta Unità d’Italia delle condizioni di vantaggio che il saccheggio del Suda aveva creato per le industrie settentrionali. In realtà, quella tanto decantata epopea unitaria affonda le sue radici in un fatto prosaicamente economico.

Alla metà del XIX secolo le finanze del Regno di Sardegna erano davvero malconce a causa della politica espansionistica condotta dai Savoia ed alle relative spese militari. La nazione piemontese era prossima a quello che oggi si definirebbe default. I debiti contratti negli anni erano enormi, soprattutto per un paese piccolo come il Piemonte. A ridosso del fatidico 1860 sembra che il debito pubblico viaggiasse verso l’astronomica cifra di due miliardi di lire. Nelle casse statali non vi erano più di 27 milioni di lire e, per di più di cartamoneta. Le riserve auree del regno non coprivano più di un terzo del valore nominale della sua carta moneta. In pratica affermare che la valuta piemontese fosse carta straccia, non sarebbe per nulla sbagliato. Al contrario nel Regno delle Due Sicilie le riserve auree coprivano l’intero valore della moneta circolante, anche perché la carta moneta era ridottissima e la maggior parte del circolante era costituito da monete coniate in argento e oro.

Per questo motivo, l’unica via per trarsi dai guai in cui si erano cacciati era, per il Piemonte la rapina del Sud. Cosa che puntualmente avvenne e che fu fatta passare presso tutte le anime buone animate da sentimenti patriottici come impresa tesa a liberare il sud da un gverno straniero ed oppressore. Niente di più falso. La conquista del Sud portò nelle casse del nuovo Regno d’Italia quasi 500 milioni di lire su cui la banca centrale poteva costruire un castello di circa 3 miliardi di carta moneta. Ma la cosa non finiva qui, poiché oltre al denaro i nostri liberatori si incaricarono di smantellare tutto l’apparato industriale e di portare le produzioni al nord facendo prosperare le aziende settentrionali. Quelle di cui oggi i  nostri amici lombardi si gloriano. Il sud fu ridotto  a un mercato soggetto al monopolio degli imprenditori del nord.

Ma per ironia della sorte alcune aziende settentrionali dovettero il loro successo all’opera di imprenditori venuti da meridione. La vicenda più emblematica è quella dell’Alfa Romeo. Fu infatti un imprenditore napoletano, l’ingegner Nicola Romeo, nato a Sant’Antimo, presso Napoli nel 1875, che acquistò l’Alfa, un’azienda automobilistica in liquidazione e ne fece un marchio di successo a livello mondiale. Si pensi che il famoso Henry Ford affermava: Quando vedo passare un’Alfa Romeo, mi tolgo il cappello.

E tutto ciò nonostante vi fossero personaggi come il primo governatore della Banca d’Italia, Carlo Bombrini che avevano affermato: Il Mezzogiorno non dovrà più essere in grado di intraprendere.

Uno studioso di economia come Carmine De Marco ha affermato a proposito che:

La vicenda è emblematica di come l’industria meridionale, assai fiorente fino a 150 anni or sono, specialmente quella metalmeccanica,  fu abbandonata a se stessa per privilegiare quelle del nord.

L’ingegner Nicola Romeo era un geniale imprenditore metalmeccanico che possedeva diversi stabilimenti nella zona di Napoli. Licenziatario per la produzione di furgoni per il trasporto truppe della francese Darracq, allo scoppio della Grande Guerra offrì i suoi prodotti a prezzi vantaggiosi allo Stato Italiano, ma si sentì rispondere che esso acquistava solo prodotto nazionale, cioè del nord. Così l’ingegner Romeo fu costretto a rilevare l’ALFA (Anonima Lombarda Fabbrica Automobili) che aveva gli stabilimenti al Portello presso Milano ed era in liquidazione.

Finita la guerra Romeo cambiò il nome dell’azienda in Società Anonima ingegner Romeo e Co. Ma si a che i  napoletani sono persone di buon cuore e Romeo non mise sullo scudetto il Vesuvio, ma vi lasciò il biscione milanese. L’azienda cominciò a mietere successi anche all’estero ed anche in campo sportivo. Il pilota Ugo Sivocci, alla guida del modello RL, vinse nel 1923 la prima edizione della Targa Florio. Alla metà degli anni Venti il fallimento della Banca di Sconto Italiana, azionista della società creò disaccordo tra i soci e Romeo, nel 1928 abbandonò l’impresa. Nel 1929 fu eletto senatore del Regno. Morì nel 1938 nella sua villa di Magreglio sul lago di Como.

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